<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-1735601836879265268</id><updated>2012-02-10T09:47:47.424-08:00</updated><title type='text'>Recensioni e polemiche</title><subtitle type='html'></subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://domenicolosurdorecensioniepolemiche.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1735601836879265268/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://domenicolosurdorecensioniepolemiche.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>Domenico Losurdo</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>6</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1735601836879265268.post-3237123533517466265</id><published>2012-01-30T07:06:00.001-08:00</published><updated>2012-02-10T09:47:47.491-08:00</updated><title type='text'>Un appello contro i preparativi della guerra all'Iran e alla Siria</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: justify;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-HJGF2YZEBwg/TxRA8AJ3k6I/AAAAAAAAAyw/BPGlTA_zfEE/s1600/obama-dont-attack-iran-300x300.jpg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" height="200" src="http://1.bp.blogspot.com/-HJGF2YZEBwg/TxRA8AJ3k6I/AAAAAAAAAyw/BPGlTA_zfEE/s200/obama-dont-attack-iran-300x300.jpg" width="200" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;i&gt;Ringrazio Franco Cardini, la cui adesione all'appello - vista la sua fama e il suo valore di studioso - è particolarmente significativa e gradita&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;Per le stesse ragioni ringrazio Santiago Zabala e Darko Suvin. &lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;[DL].&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;&lt;br /&gt;Sempre più concrete e minacciose si fanno le probabilità che la macchina di morte che ha infierito sulla Jugoslavia, sull'Afghanistan e sull'Iraq e che ha appena finito di devastare la Libia si scagli contro altri paesi sovrani. Paesi riottosi ad allinearsi ai persistenti progetti di Nuovo Ordine Mondiale ma la cui sottomissione è decisiva per rilanciare il dominio geopolitico degli Usa e della Nato in Asia e nel mondo intero. La &lt;/i&gt;&lt;i&gt;profonda crisi economica ma anche di  consenso sociale che sta attraversando l'Occidente - e la necessità di impedire ad ogni costo un riaggiustamento degli  equilibri planetari&lt;/i&gt;&lt;i&gt; a favore di nuove forze emergenti - rende ancora più imminente questo pericolo.&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;i&gt;La guerra psicologica, multimediale e ideologica è in effetti già cominciata e ha già messo in campo le armi della disinformazione e della criminalizzazione dell'avversario ma ha anche già proiettato sul terreno i primi corpi d'elite. Questo appello, che invitiamo a sottoscrivere, è stato originariamente lanciato &lt;/i&gt;&lt;i&gt;ai primi di gennaio &lt;/i&gt;&lt;i&gt;in Germania, paese nel quale ha raccolto l'adesione di 5 parlamentari nazionali. Il testo è stato pubblicato e diffuso in molte lingue. Sul blog &lt;a href="http://www.freundschaft-mit-valjevo.de/wordpress/?p=402"&gt;Freundschaft mit Valjevo e.V.&lt;/a&gt; la versione originale e le diverse traduzioni [DL].&lt;/i&gt;&lt;b&gt;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;b&gt;&amp;nbsp;&lt;/b&gt;&lt;span style="font-size: large;"&gt;&lt;b&gt; &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: large;"&gt;&lt;b&gt;Fermare i preparativi di guerra! Mettere fine all’embargo!&lt;br /&gt;Solidarietà con il popolo iraniano e siriano!&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Per sottoscrivere l'appello: noguerrasiriairan@libero.it&lt;br /&gt;&amp;nbsp; &lt;br /&gt;&lt;span style="font-size: x-small;"&gt;Decine di migliaia di morti, una popolazione traumatizzata, un’infrastruttura largamente distrutta e uno Stato disintegrato: questo il risultato della guerra condotta dagli Usa e dalla Nato per poter saccheggiare la ricchezza della Libia e ricolonizzare questo paese. Ora preparano apertamente la guerra contro l’Iran e la Siria, due paesi strategicamente importanti e ricchi di materie prime che perseguono una politica indipendente, senza sottomettersi al loro diktat. Un attacco della Nato contro la Siria o l’Iran potrebbe provocare un diretto confronto con la Russia e la Cina – con conseguenze inimmaginabili.&lt;br /&gt;Con continue minacce di guerra, con lo schieramento di forze militari ai confini dell’Iran e della Siria, nonché con azioni terroristiche e di sabotaggio da parte di “unità speciali” infiltrate, gli Usa e altri Stati della Nato impongono uno stato d’eccezione ai due paesi al fine di fiaccarli. Gli USA e l’UE cercano in modo cinico e disumano di paralizzare puntualmente con l’embargo il commercio estero e le transazioni finanziarie di questi paesi. In modo deliberato vogliono precipitare l’economia dell’Iran e della Siria in una grave crisi, aumentare il numero dei disoccupati e peggiorare drasticamente la situazione degli approvvigionamenti della loro popolazione. Al fine di procurarsi un pretesto per l’intervento militare da tempo pianificato cercano di acutizzare i conflitti etnici e sociali interni e di provocare una guerra civile. A questa politica dell’embargo e delle minacce di guerra contro l’Iran e la Siria collaborano in misura notevole l’Unione europea e il governo italiano&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Facciamo appello a tutti i cittadini, alle chiese, ai partiti, ai sindacati, al movimento pacifista perché si oppongano energicamente a questa politica di guerra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Chiediamo al governo italiano:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- di revocare senza condizioni e immediatamente le misure di embargo contro l’Iran e la Siria&lt;br /&gt;- di chiarire che non parteciperà in nessun modo a una guerra contro questi Stati e che non consentirà l’uso di siti italiani per un’aggressione da parte degli Usa e della Nato&lt;br /&gt;- di impegnarsi a livello internazionale per porre fine alla politica dei ricatti e delle minacce di guerra contro l’Iran e la Siria.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il popolo iraniano e siriano hanno il diritto a decidere da soli e in modo sovrano l’organizzazione del loro ordinamento politico e sociale. Il mantenimento della pace richiede che venga rispettato rigorosamente il principio della non-ingerenza negli affari interni di altri Stati.&lt;/span&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Domenico Losurdo&lt;br /&gt;Gianni Vattimo&lt;br /&gt;Margherita Hack &lt;br /&gt;Franco Cardini&lt;br /&gt;Giulietto Chiesa&lt;br /&gt;Oliviero Diliberto&lt;br /&gt;Manlio Dinucci&lt;br /&gt;Vladimiro Giacché&lt;br /&gt;Federico Martino&lt;br /&gt;Sergio Ricaldone&lt;br /&gt;Fulvio Grimaldi,&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;div style="margin: 0px; padding-bottom: 0px; padding-left: 0px; padding-right: 0px; padding-top: 0px;"&gt;Costanzo Preve (filosofo), Darko Suvin (Professor Emeritus, McGill University), Santiago Zabala (ICREA Research Professor, University of Barcelona), João Carlos Graça (professor do ISEG-UTL, Lisboa), Massimiliano Marotta (Società di Studi Politici, Napoli), Alessandra Riccio (Codirettrice della rivista "Latinoamerica"), Giuseppe Amata (Università di Catania), Nella Ginatempo (Università di Messina), Riccardo Cavallo (Università di Catania), Fabio Marcelli (ISGI-CNR), Franco Dinelli (Pax Christi Italia, ricercatore CNR), Massimiliano Ay (Segretario del Partito Comunista della Svizzera italiana), Norberto Crivelli (Presidente del Partito Svizzero del Lavoro), Mao Calliano (Segretario Federazione PdCI Torino), Alessandro Leoni (Comitato Politico Nazionale di Rifondazione Comunista), Andrea Catone (direttore Marx XXI), Giovanni Bacciardi (PdCI Firenze), Sergio Marinoni (presidente dell'Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba), Gianni Fresu (PRC Cagliari), Enrico Lobina (consigliere comunale FdS Cagliari), Giancarlo Benazzi (Direttivo confederale CGIL Milano), Raffaele Bucciarelli a nome del Gruppo consiliare "Federazione della Sinistra PdCI/PRC" della Regione&amp;nbsp;  Marche, Ciro Argentino&lt;var id="yui-ie-cursor"&gt;&lt;/var&gt; (PdCI Torino), Iacopo Venier (Direttore Libera.TV), Manuela Palermi (Segreteria nazionale PdCI), Fosco Giannini (Segreteria nazionale PdCI), Luca Servodio (Direzione Nazionale PdCI), Guido Oldrini (direttore Marxismo Oggi), Mauro Gemma (direttore Marx XXI on line), Sergio Manes (Direttore editoriale Edizioni "La Città del Sole"), Domenico Moro (responsabile formazione Marx XXI), WILPF Italia (Lega Internazionale di donne per la Pace e la Libertà), Marco Benevento (Rete dei Comunisti), Sergio Cararo  (Rete dei Comunisti), Mauro Casadio  (Rete dei Comunisti), Massimiliano Piccolo  (Rete dei Comunisti), Marco Santopadre  (Rete dei Comunisti), Luciano Vasapollo (Università di Roma La Sapienza), Antonino Salerno (Segretario generale SIAM Sindacato Musicisti CGIL), Andrea Fioretti (Comunisti Uniti Roma), Stefano G. Azzarà (Università di Urbino), Fabio Frosini  (Università di Urbino), Renato Caputo (Comunisti Uniti Roma), Francesco Francescaglia (responsabile organizzazione PdCI), Cristina Carpinelli, Maurizio Musolino (giornalista), Diego Angelo Bertozzi (collaboratore Marx XXI), Fausto Sorini (responsabile esteri PdCI), Demostenes Floros (Consulente economico e geopolitico), Luigi Alberto Sanchi (Cnrs, Parigi), Paola Pellegrini (resp. cultura PdCI), Marinella Correggia (giornalista ecopacifista), Francesco Maringiò (Diezione Nazionale PdCI), Campo Antimperialista, Umberto Spallotta, Roberta Vespignani, Rosalba Calabretta (Ass. Solidarité Nord-Sud ONLUS), Franco Tomassoni, Mario Ferdinandi, Dmitrij Palagi (Coordinatore regionale Giovani Comunisti della Toscana), Daniele Barillari, Giacomo Cucignatto (Firenze), Luciano Albanese (Università di Roma-La Sapienza), Simone Do, Bassam Saleh, Alexander Hobel (storico), Giuseppe Sini (studente, Sassari), Bruno Settis, Emiliano Alessandroni (dottorando Università di Urbino), Gabriele Repaci (studente di Filosofia Università di Milano), Simone Santini (giornalista), Eleonora Angelini, Antonio Capitanio, Sergio Nessi (coordinatore regionale della Lombardia Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba), Riccardo Di Vito, Paolo Torretta (giornalista freelance, Helsinki, Finlandia), &lt;span style="font-family: Arial; font-size: x-small;"&gt;Delfina Tromboni (Direttrice Museo Risorgimento e  Resistenza Ferrara - Esecutivo nazionale Federazione della Sinistra - Direzione  nazionale PdCI), &lt;/span&gt;Sarah Latorre (Segreteria Provinciale PdCI Taranto - Coordinamento Nazionale FGCI), Andrea Sonaglioni, Giancarlo Paciello, Giorgio Raccichini (PdCI Federazione prov. di Fermo), Claudio Orlandi, Filomena Crispino, Mattia Nesti (coordinatore provinciale Giovani Comunisti Pistoia), Maurizio Bosco&amp;nbsp; (Roma), Lino Sturiale (PdCI Torino),&amp;nbsp; Alessandro Perrone (Comunisti Uniti Monfalcone GO), Virginio Pilò (dipendente Università di Bologna), Giuseppe Zambon (Zambon Verlag, Frankfurt), Adriana Chiaia (redazione italiana della casa editrice Zambon), Odradek edizioni (Roma), Roberta Anconetti, Giuliano Cappellini, Bob Fabiani (Scrittore-Blogger, Roma), Sebastiano Taccola, Paolo Borgognone (storico), Francesco Maiellaro (avvocato Bari), Chiara Catia Carlucci, Giacomo Cappugi (Firenze), Gianmaria Pavan, Ettore Chiorra, Andrea Salutari (coordinatore Giovani Comunisti Torino), Federico Vladimiro Quondamatteo (FGCI-PDCI federazione di Fermo), Sezione "Abdon Mori" di Empoli del PdCI, Susanna Angeleri, Daniel Palladio, Paolo Trinajstic, Giovanni&amp;nbsp; Baccini (Genova), Massimo Marcori (CPF PDCI Torino), Francesco Dragonetti (Esecutivo Regionale FGCI Emilia-Romagna), Antonino Contiliano, Erman Dovis (operaio), Yuri Dovis (operaio), Claudia Berton (Verona), Rodolfo Santamaria, Rosa Taschin (Ravenna), Yasmina Khamal (insegnante, Bruxelles), Higinio Polo (Profesor y escritor, Barcelona España), Marica Guazzora, Danilo Ruggieri (Libraio), Maria Letizia Angelini (Mirano), Nazanin Armanian, Pietro Sommariva, Matteo D'Apolito (insegnante. Milano), Maurizio Neri (Editore Rivista Comunismo e Comunità Roma), Redazione di Comunismo e Comunità, Dina Balsamo, Luigina Perosa - Pordenone, Alberto Pantaloni - Rsu Comdata - Torino, Paolo Motta - Milano, Bruno Giuseppe Guermandi, Nadia Schavecher e Luigi Tranquillino (Milano), Matteo Bifone, Vincenzo Brandi (Roma), Massimo De Santi, Presidente CIEP-Comitato Internazionale di Educazione per la Pace, Curzio Bettio, ezio grosso (Comitato Federale PdCI Torino), Oddo Cerri (Gradara), Marcos Aurélio da Silva (Prof. dos cursos de graduação e pós-graduação em Geografia da UFSC Brasil), Elisa Veronese (Alessandria), Ugo Pierri (TS), Giovanni Sarubbi (Direttore ildialogo), Loretta Mussi, Andrea Parti, Mauro Cosmai (Milano), Stefano Barbieri (Direzione Nazionale PdCI), Ivano Osella (segreteria nazionale FGCI), Daniele Burgio, Massimo Leoni, Roberto Sidoli, Redazione di "La Cina Rossa", Andrea Albertazzi (Bruxelles), Massimiliano Murgo (Operaio, Milano), Marianna, Scapini (Verona), Mauro Cassano (studente, Bari), Francesco Di Cataldo (Segretario PdCI - FdS di Venezia), Giovanni Basso, Margherita Cazzola, Mara Zanardi, Claudio Piva (Resp. Organizzazione PdCI Emilia-Romagna), Gianna Calzavara (Venezia), Marco Papacci (Segretario del Circolo di Roma Ass.ne Naz.le di Amicizia Italia-Cuba), Marco Schincaglia (rappresentante CUB Credito e Assicurazioni), Daniela Fortunati, Rolando Giai-Levra (Gramsci Oggi-Milano), Margherita Grigolato (martellago venezia), Spartaco Alfredo Puttini, Flavio Pettinari (responsabile Korean Friendship Association - Italia), Fabio Massimo Parenti (ricercatore e docente freelance), Davide Di Lorenzo (Coordinamento Gc Roma), Stefano Carlesi (dottorando Scuola Superiore Sant'Anna Pisa), Filippo Samachini (Segretario Pdci Imola), Vladimir Kapuralin, Francesco Ricceri (Portavoce dei Giovani Comunisti dell'Area Metropolitana Toscana), Luigi Guasco, Gioia Minuti (giornalista reponsabile di Granma in italiano a Cuba), Gian Piero Cesario (Esecutivo Nazionale FGCI), Dario Gemma (Alessandria), Virginia Bonino (Alessandria), Andrea Genovali (Presidente Ass. Puntocritico onlus), Claudio Vito Buttazzo (esule a Praga), Roberto Calliano (Segreteria prov PdCI Torino), Gianetta Cristiano (Com Federale PdCI Torino),Luigi Dolce (PdCI Torino),&amp;nbsp; MassimilianoLazzarini (PdCI Torino), Novello Ivana (PdCI Torino), Rizzo Alessandra (cordinamento nazionale FGCI), Daniele Cardetta (Cord regionale Fgci Piemonte), Salvatore Inghes (PdCI Pinerolo), Suppo Gianfranco (Pdci Pinerolo), Daniela Marendino, Roberto Villani (Comunisti Uniti, Roma), Sara Milazzo (Responsabile cultura e migranti, esecutivo nazionale FGCI), Alessandro Scappin (PdCI - CGIL Funzione pubblica, ANPI Venezia), &lt;span style="font-family: Book Antiqua;"&gt;Donatello Santarone (Università Roma  Tre),&amp;nbsp; &lt;/span&gt;Luigi Ficarra a nome del PRC Padova, Renato Darsiè (Mirano Venezia), Marco Beccari, Vladimiro Di Gregorio (consigliere comunale PdCI Verbania), Lauretta Afric, Corrado Guermandi, Noemi Colombo, Roberto Preve (Torino), Tamara Bellone (Torino), Piera Tacchino  (Torino), Boris Bellone&amp;nbsp;  (Torino), Carlo Amabile&amp;nbsp; (giornalista, Bologna), Sonia Colella, Luana D'Alessandro, Gianluigi Cesari, Kòkoreva Galìna Aleksàndrovna (Pinerolo), Carlo Razzino (Pinerolo), Maurizio Buda (PdCI Torino), Andrea Stratta (esecutivo prov FGCI Torino), Forcelli Michele  (PdCI Torino), Davide Sera  (PdCI Torino), Mariangela Gili  (PdCI Torino), Ornella Terracini  (PdCI Torino), Renzo Dario Francesco Brentari&amp;nbsp;&amp;nbsp; (artigiano, Milano), Aldo Trotta (dottore di ricerca in filosofia, Bologna), Marina Alfier (PdCI Venezia), Renata Moro (PdCI Treviso), Max Firinu, Giorgio Fattori (delegato sindacale Filt-CGIL Karmak c/o New Holland - Jesi), Sofia Corallo (FGCI Torino - Studentessa dell'università di Torino), Angelita Piatti, Urbano Boscoscuro (Direzione Nazionale PdCI), Elena Salvai (PdCI Torino), Emanuele Caddeo (PdCI Torino), Mauro Fizzoni (Pdci Bologna), Janosch Schnider (Membro del CC del Partito Comunista della Svizzera  Italiana), Paolo Piu (Coordinamento Nazionale FGCI), Fabio Besia, Maria Gabriela Massimi (Ascoli Piceno), Andrea  Musacci (Coordinatore FGCI Ferrara), Leonardo Pegoraro (Comunisti Uniti Urbino), Federico Olimpieri (studente), Andrea Turan, Franco De Mario (Segretario provinciale PdCI - Bari), Daniele Satta (Vigile del fuoco precario, Carbonia), Andrea Lisi(studente, militante di Rifondazione), Gian Piero Nuccio (Torino – Pensionato), Maria Grazia Gullo (Padova), Leonardo Cribio (capogruppo zona 9 Milano FdS-Sinistra per Pisapia), (Emilia Butturini Pdci Verona), Barbara Massocco, Fabio De Leonardis (dottore di ricerca dell'Università di Bari, insegnante a Samara - Russia), &lt;span style="font-family: sans-serif; font-size: x-small;"&gt;Diego Bigi&lt;/span&gt; (Parma), Igor Proverbio (Fisico, Milano), Associazione Italia Cuba Circolo "H. Guevara" Cremona, Laura Gerevini Cremona (impiegata), Simone Lepore (Università degli Studi di Napoli Federico II), Matteo Stella (studente all'Università di Stoccolma), Manuela Ausilio (Ricercatrice filosofia/Roma), Giuseppe Di Meo, Mario Albanesi, Juan Diego Rios Penaloza (PdcI Bologna, studente), Mario D'Acunto, Emilio Rigotti, Giulio Chinappi (Formia), Calogero Maria Gravotta (PRC Magenta, Fronte dei Giovani Comunisti di Reggio Emilia,  Romina Razzino (insegnante precaria &amp;nbsp;Pavia),Pablo Genova (ricercatore precario I.N.F.N. Pavia), Alessandro Lobina, Elisa Di Cataldo, Tonia Lara Casalino (Lecce), Francesco Delledonne (CPF Rifondazione Comunista Milano), Federico Licastro (studente universitario), Cesare Casotti, Mattia Antognini (Membro del Comitato Centrale del Partito Svizzero del  Lavoro PSdL), Giorgio Langella (segr.prov.PdCI-FdS Vicenza), Goretta Bonacorsi (Modena), Mirko Bertasi, Davide Cavaglieri (Poggio Rusco MN), Luca Bolognesi (CPR Emilia Romagna PDC),Valerio  Bosisio (CPF Rifondazione Comunista Lecco), Anna Zullo (PdCI Torino), Piero Niccolai (PdCI Torino), Leonardo Favaro (Rsu e Direttivo prov. Cgil di Treviso), Rosario Citriniti (Torino), Leonardo Landi, Marcello Foresti (Pavia), Enrico Campofreda (giornalista), Silvia Khamal, &lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;span style="font-family: Arial;"&gt;Giuseppe Natale (ANPI Crescenzago e Forum Civico  Metropolitano &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;Milano), Adriana Cipriani, Luciano Papini, Andrea Carpaneti, Nader Muhieddine ( lavoratore), Lino Bosisio (militante Gioventù Comunista Ticino), Susanna  Casali (Casalpusterlengo LO), &lt;span style="font-family: Calibri;"&gt;Hans Spinnler e Frida Valsecchi (Milano), &lt;/span&gt;Lucia Sartori (Bolzano),   Piotr Zygulski (studente), Luciano Manara, Ferruccio Missio (Treviso), Mariangela Ghiselli, Guya Rossi (Croydon), Ermanno Masciulli, Filippo Bianchetti (Varese), Davide Nunzio Ferlito, Rino Vaccaro, Riccardo Maggioni, Marco Guarguaglini (studente Università di Pisa), Aldo Cannas (PRC Cagliari), Rodolfo Fogagnolo, Lia Amato (Bologna, pensionata), Jared Lolli, Rocco Catalano, Amelia Beltramini, Luisa Acerbi (Milano), Primo Massimiani (Mentana Roma), Salvatore Paciello (PdCI Forlì), Genaro Massimino (Napoli), Eugenia Silvia Rebecchi (Lavagna), Giulia Bartolucci (Urbino), Rocco Catalano, Francesco Magnelli (insegnante, Firenze), Antonio&amp;nbsp; Bernardini, Eduardo Salum Yazigi (Sociologo), Meri Lucii ( Roma), Mario Forgione, Piergiorgio La Guardia (studente), Pietro Rubini (studente/lavoratore), Alberto Lodi (Pavia), Nicola Calledda (PRC Cagliari), Rodolfo Monacelli (Ufficio stampa "Alternativa"), Vittorio Di Giacinto (Corropoli, TE), Carlo Del Mestre (Udine), Francesco Natoli (Roma), Daniele Pigato (torrefattore, München), Sandro Marroni, Cinzia Di Napoli, Vincenzo Del Core (PRC Torino), Leo Schmid (membro del Comitato Centrale del&amp;nbsp; Partito Svizzero del Lavoro e del Comitato Cantonale del Partito Comunista Ticino), Luciano Vacanti, Gian Marco Martignoni (Tradate, VA), Gionata Flamigni (Gorizia), Vito Piazza, Irene Viburno (Acqui Terme, AL), Fiormichele Benigni (cultore della materia storia della filosofia moderna - Roma), Ireo Bono (Savona), Gisella de Liddo, Luigi Sonnenfeld (Viareggio, LU), Stefano Micheli (PdCI-FdS Rieti), Sauro Betti (Firenze), Davide Gonzaga (docente, Casalmaggiore CR), Anna Colombini, Manuela Bono, Luca Orsogna e Alessandro Cardinale (segreteria Associazione Ariano in Movimento, Ariano Irpino, AV), Barbara Mangiapane (PdCI Lucca Versilia), Nicola Iozzo (segretario sezione PdCI di Vibo Valentia), Anna Colombini, Andrea Zirotti (docente precario, consigliere comunale PRC-PdCI a Medicina BO), Ugo Beiso (Genova), Federico Castelli (artista, Dar es Salaam Tanzania), Matteo Murgia e Susanna Sanna (associazione Don Chisciotte, Cagliari), Filippo Bovo (scrittore e giornalista freelance, Pisa), Massimo Tesse (Napoli), Marco Di Branco (Ricercatore), Giovanni Carosotti (Milano, insegnante), Fausto Rinaldi, Elena Cussigh, Samantha Mengarelli (Roma), Simona Grassi (Napoli), Giuseppe Agrello (Pdci- Bologna), Daniele Nulli (Fonte Nuova), Marco Marotti, Margherita Capozzi per le Donne in nero di Varese, Pietro Altieri (professore di Filosofia e Storia, Roma), Giuseppe Petrozzi, Luisa Missio, Renzo Bisin (Rovigo), Michela Marotti, Paolo Indemini, Giuseppe Angiuli (avvocato, Monopoli Bari), Mauro Murta (ingegnere gestionale), Andrea Virga (Università di Pisa), Roberto Antonucci, Francesco Gerevini (Cremona), Vito Alò (Monopoli BA), Norberto Fragiacomo (Lega dei Socialisti Trieste), Vincenzo Napolitano (Quadrelle, Av), Michelangelo Bocchio, Ester Cavallo, prof. Giulio Girardi e orof. Bruno A. Bellerate (Rocca di Papa RM), Anna Lanaro, Antonio Caracciolo, Federico Milano, Marina Criscuoli (Genova), Franco Fuselli (Genova), Ornella Terracini, Felice Naselli (cpf Bologna di Rifondazione Comunista - Assessore Comune di Budrio, BO), Santa Lina Caoduro (pensionata, Cremona), Elia Mauro Braga  (pensionato, Cremona), Goamcaròp Roseghini (segretario PRC Cremona), Angelo Bolzani (pensionato, Cremona), Maria Elisabetta Picca (veterinario, Mola di Bari, BA), Daniela Dovolich (Bari), Magda Carella, Barbara Meo Evoli (giornalista professionista e fotografa), Lisetta Fanizzi, Patrizia Sotgiu, Domenico Sisi (impiegato), Antonio Bertinelli, Giovanni Maccione (Bari), Gianantonio Posocco, Renato Curci (Circoforum creazione di spettacoli, Bari), Luciano Del Vecchio (Bologna), Maria Virgina Comanducci, Gabriele Pachi, Furio Detti (PI), Enrico Labanca, Andrea D'Amuri, Simona Lorenzoni (PRC - Terni), Federico Castelli (artista, Roma), &lt;span style="font-family: Arial; font-size: x-small;"&gt;Salvatore Fazia (VI), &lt;/span&gt;Aurora Pianalto, Paola Slaviero, Alessandra Caporale, Dario Romeo (Torino), Paola Trombetti, Danilo Alessandroni (Urbino), Alessio Economou (Pavia), Martin Fiorillo, Carla Cardini (Medici di medicina alternativa, Cuneo), Elettra Paganin, Nicola Boccia (Napoli), Domenico Cordova, Pierpaolo Santilli (edicolante, Lanuvio RM), Andrea Pasetti, Elham Farzani, Domenico Antonio D'Apa (coordinamento Fgci Regione Calabria), Vincenzo Versace...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per sottoscrivere l'appello: noguerrasiriairan@libero.it&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;b&gt;Lancé à l’initiative de Domenico Losurdo, cet appel international, paru  en plusieurs langues et destiné au gouvernement respectif de chaque pays  concerné, a déjà reçu le soutien de plusieurs députés au Bundestag, du  philosophe et député européen Gianni Vattimo, et de nombreux citoyens.&lt;br /&gt;Pour  signer la version française de cette pétition, envoyer vos noms et confirmation  à &lt;a href="mailto:stopperlaguerre@gmail.com" target="_blank"&gt;stopperlaguerre@gmail.com&lt;/a&gt;&lt;/b&gt; &lt;b&gt;&lt;br /&gt;N’hésitez pas à faire  circuler ce texte.&lt;/b&gt;Trad. Aymeric Monville&lt;br /&gt;&lt;b&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size: large;"&gt;Stopper les préparatifs de guerre! Mettre fin à  l’embargo! &lt;br /&gt;Solidarité avec les peuples iranien et syrien!&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;span style="font-size: large;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Des  dizaines de milliers de morts, une population traumatisée, des infrastructures  largement détruites et un Etat désintégré : c’est là le résultat de la guerre  menée par les Etats-Unis et l’OTAN pour s’approprier les richesses libyennes et  recoloniser le pays. A présent, ces derniers préparent éhontément la guerre  contre l’Iran et la Syrie, deux pays stratégiquement importants, riches en  matières premières et qui refusent, en toute indépendance politique, de se  soumettre à leurs dikats. Une attaque de l’OTAN contre la Syrie ou l’Iran  pourrait provoquer un conflit direct avec la Russie et la Chine, ce qui aurait  des conséquences inimaginables.&lt;br /&gt;De continuelles menaces de guerre, le  déploiement de troupes aux frontières de l’Iran et de la Syrie, sans parler des  actions terroristes et de sabotage de la part d’ “unités spéciales” inflitrées,  tout cela fait partie de l’arsenal avec lequel les Etats-Unis et autres membres  de l’OTAN imposent un état d’exception aux deux pays pour les épuiser. Les  Etats-Unis et l’Union européenne tentent de façon cynique et inhumaine de  paralyser par l’embargo le commerce extérieur et les transactions financières de  ces pays. De manière délibérée, ils veulent précipiter les économies iranienne  et syrienne dans une crise grave, augmenter le nombre de chômeurs et  compromettre l’approvisionnement de la population. Pour trouver un prétexte à  leur intervention militaire planifiée depuis longtemps, ils cherchent à attiser  les conflits ethniques et sociaux internes et à provoquer une guerre civile.  L’Union européenne ainsi que le gouvernement italien collaborent grandement à  cette politique d’embargo et de menaces de guerre contre l’Iran et la  Syrie.&lt;br /&gt;Nous appelons tous les citoyens, églises, partis, syndicats,  mouvements pacifistes à s’opposer énergiquement à cette politique de guerre.  &lt;br /&gt;Nous demandons au gouvernement français :&lt;br /&gt;-&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; de stopper sans conditions  et immédiatement l’embargo contre l’Iran et la Syrie&lt;br /&gt;-&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; de déclarer qu’il  ne participera en aucune sorte à une guerre contre ces Etats et qu’il  n’autorisera pas l’utilisation de sites français pour une agression de la part  des Etats-Unis et de l’OTAN&lt;br /&gt;-&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; de s’impliquer au niveau international pour  mettre fin à la politique des chantages et des menaces de guerre contre l’Iran  et la Syrie.&lt;br /&gt;Les peuples iranien et syrien ont le droit de décider par  eux-mêmes et souverainement de l’organisation politique et sociale de leur pays.  Le maintien de la paix exige que soit respecté rigoureusement le principe de  non-ingérence dans les affaires internes des autres Etats. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Domenico  Losurdo&lt;br /&gt;Gianni Vattimo&lt;br /&gt;Manlio Dinucci&lt;br /&gt;la version allemande de ce texte  a été signée par les élus :&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Eva-Bulling-Schroeter&lt;/div&gt;Sevim Dagdelen &lt;br /&gt;&lt;div&gt;Dr. Diether Dehm&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Heike Hänsel&lt;/div&gt;Ulla Jelpke  &lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div&gt;Voici la liste des 100 premiers signataires:&lt;/div&gt;&lt;div style="font-family: times new roman, new york, times, serif; font-size: 12pt;"&gt;&lt;div style="font-family: times new roman, new york, times, serif; font-size: 12pt;"&gt;&lt;div id="yiv1627379622"&gt;&lt;div&gt;&lt;div style="background-color: white; color: black; font-family: times new roman, new york, times, serif; font-size: 12pt;"&gt;&lt;div style="font-family: times new roman, new york, times, serif; font-size: 12pt;"&gt;&lt;div style="font-family: times new roman, new york, times, serif; font-size: 12pt;"&gt;&lt;div id="yiv1627379622"&gt;&lt;div&gt;&lt;div style="background-color: white; color: black; font-family: times new roman, new york, times, serif; font-size: 12pt;"&gt;&lt;div&gt;Jean Bricmont, Yves Vargas, Jean-Pierre Page, Ivan Lavallée, Hubert Hervé,  Antoine Lubrina, Anne-Marie Luginbuhl, Ekin Tek, Goyer Tek, Maxime Girard,  Joelle Girard, Michel Melinand, Jean-Claude Lanvin, Hubert Hervé,  Marie-Françoise Cordemans, Simon de Beer, Luce Doriaux, Claire Avril, Gaston  Pellet, Thierry Delforge, Marie-Louise Seck, Bahar Kimyongür, Eva Resis, Sylvain  Deschamps, Lucien Pons, Mylène Krins, Vincent Robeyns, François Forget, Patrick  Brousse de Laborde, Domenico Tegas, Pierre Lallemand, Bernard Arnaud  (Genevilliers), Michel Toth,&amp;nbsp; Patrice Albert, Jean-Marc Rouyere, Ahmed Tribak,  Isabelle Amathieux, René Bernardin, Alain Nierveze, J.-P. Lamblin, Jean-Louis  Bertrand, Bernadette Nicolle, Hervé Fuyet, Viviane Tits, Muriel Larosa,  Christian Bousquet, Gilles Questiaux, Jacques Lacaze, Anne Antomarchi,&amp;nbsp; Bernhard  Pelzer, Pierre Bruneaux, Jean-Jacques Potaux, Colette Pischedda, Patrick  Ferreira, Brigitte Lefebvre, Haitem Ted, Youssef Girard, Sassi Ben Moussa,  Jean-François Autier, Fatiha Benou-Halima, Christian Darceaux, Hassen  Bouabdellah, Sophie Barcelo, Sylvie Guduk, Olivier Guyot, Laetitia Petitdemange,  Cédric Evrard, Daniel Maisonnave, Myriam Launay, André Froppa, Michèle  Chmielina, Daniel Antonini, Paul Monmaur, Eliane Monmaur, Maurice Latapie, Roger  Grevoul, Florence Mattozzi, Marcelle Outrequin, Régis Martegoutes, El atlassi  Najat, William Dupré, Massimiliano Cangelosi, Abidine Anwar (Dr.), Elvire  Debutte, Jacques Hiairrassary, Jean-Marc Chauvineau, Pascale Cherrier, C.  Bouteau,&amp;nbsp;Désiré Marle, Geneviève Nigon, Roland Diagne, Claudine Leccia, Marcel  Leccia, Djimadoum Ley-Ngardigal (Dr.), Zéphora Nachite, Réjane Péchereau,  Marie-Pierre Ducharne, Roger Romain, Patricia Cavallera, Walter Semeus, Romain  Mariolu, Annick Vigouroux, Sylvie Zarkan, Claude Roussie, Mireille Giusti, Jean  Giusti, Rafaël Elie Huerta, Houda Benallal, Pierre Plougonven, Yves Jardin,  Eliane Galaud, Daniel Beraud, Djamel-Eddine Mekhancha, Chritophe Taulemesse, Annick Le Maître,  Massimo Marangoni, François Goddard, Jean-Pierre Métail, Angelina Guarino,  Clément Dousset, Antonio Artuso, Hassoun Yasir, Marie-Noëlle Delbeke, Mohamed  Mzoughi, Jean-Louis Allouche, Cybele de Moraes Amaro, Dominique Dionisi, Jéröme  Varnier, Maryse Arzalier, Francis Arzalier, Gérard Del Maschio, Natacha  Pimenoff, Henri Vacher, Mathieu Marty, Marie-Alix Capieu, Pierre Lenormand,  Jean-Paul Batisse, Krista Rios, Catherine Corbel...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;b&gt;PARAR OS PREPARATIVOS DE GUERRA! ACABAR COM O EMBARGO! &lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;b&gt;  &lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;b&gt;SOLIDARIEDADE COM OS POVOS IRANIANO E SÍRIO!&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;h3 class="post-title entry-title"&gt;&lt;span style="font-size: x-small;"&gt;&lt;span style="font-weight: normal;"&gt;Trad. João Carlos Graça,&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/h3&gt;&lt;/div&gt;&lt;b&gt;  &lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="line-height: normal; margin-bottom: 0.0001pt;"&gt;Dezenas de milhar de mortos, uma população traumatizada, infra-estruturas largamente destruídas e um Estado desintegrado: eis o resultado da guerra levada a cabo pelos EUA e pela NATO para poderem saquear a riqueza da Líbia e recolonizar este país. Agora prepararam descaradamente a guerra contra o Irão e a Síria, dois países estrategicamente importantes, ricos em matérias-primas e que visam políticas independentes, sem se submeterem ao seu diktat. Um ataque da NATO à Síria ou ao Irão poderia provocar um confronto directo ― de consequências inimagináveis ― com a Rússia e com a China. Através de contínuas ameaças de guerra e da deslocação de forças militares para as fronteiras do Irão e da Síria, sem falar das acções terroristas e de sabotagem levadas a cabo por “unidades especiais” infiltradas, os EUA e outros membros da NATO impõem um estado de excepção aos dois países com o objectivo de os esgotar. Os EUA e a UE procuram de modo cínico e desumano paralisar cirurgicamente através do embargo o comércio externo e as transacções financeiras destes países. De forma deliberada, tentam precipitar a economia do Irão e a da Síria numa grave crise, fazer aumentar o número dos seus desempregados e piorar drasticamente a situação de aprovisionamento das suas populações. Com o fim de obterem um pretexto para a intervenção militar, há muito tempo planeada, tentam agudizar os conflitos étnicos e sociais internos e provocar guerras civis. Com esta política de embargo e de ameaças de guerra contra o Irão e contra a Síria colaboram em medida notória a União Europeia e o governo português.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm;"&gt;Apelamos a todos os cidadãos ― às igrejas, aos partidos, aos sindicatos, ao movimento pacifista ―&amp;nbsp; a que se oponham energicamente a esta política de guerra.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm;"&gt;Pedimos ao governo português:&amp;nbsp; &lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm;"&gt;- que revogue sem condições e imediatamente as medidas de embargo contra o Irão e a Síria;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm;"&gt;- que declare não participar de nenhuma forma numa guerra contra estes Estados e não consentir o uso do território português numa agressão levada a cabo pelos EUA ou pela NATO;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm;"&gt;- que se empenhe a nível internacional em pôr termo à política da chantagem e das ameaças de guerra contra o Irão e a Síria.&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm;"&gt;Os povos iraniano e sírio têm o direito de decidir sozinhos e de modo soberano a organização do respectivos ordenamentos políticos e sociais. A manutenção da paz reclama que seja rigorosamente respeitado o princípio da não ingerência nos assuntos internos dos outros Estados.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;b style="mso-bidi-font-weight: normal;"&gt;&lt;span lang="ES"&gt;Llamamiento ante los preparativos de guerra contra Irán y Siria&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="line-height: normal; margin-bottom: 0.0001pt;"&gt;Trad. Juan Vivanco&lt;b&gt;&lt;span lang="ES"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;i&gt;&lt;span lang="ES"&gt;Cada vez son más concretas y amenazadoras las probabilidades de que la máquina de muerte que se ensañó con Yugoslavia, Afganistán e Iraq y acaba de devastar Libia se abata contra otros países soberanos. Países reacios a alinearse con los persistentes proyectos de Nuevo Orden Mundial, pero cuya sumisión es decisiva para relanzar el dominio geopolítico de EE. UU. y la OTAN en Asia y en todo el mundo. La profunda crisis económica, pero también de consenso social, por la que está atravesando Occidente, así como la necesidad de impedir a toda costa un reajuste de los equilibrios planetarios a favor de nuevas fuerzas emergentes, hace que este peligro sea aún más inminente.&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;i&gt;  &lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;i&gt;&lt;span lang="ES"&gt;La guerra psicológica, mediática e ideológica ya ha empezado y blande sus armas de desinformación y criminalización del adversario, pero también ha llevado al campo de operaciones las primeras fuerzas especiales. Este llamamiento, que invitamos a suscribir, se empezó a difundir a primeros de enero en Alemania, país donde ha cosechado la adhesión de 5 parlamentarios nacionales. El texto se ha publicado en varios idiomas. En el blog &lt;a href="http://www.freundschaft-mit-valjevo.de/wordpress/?p=402"&gt;Freundschaft mit Valjevo e.V.&lt;/a&gt; pueden consultarse la versión original y las traducciones.&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;i&gt;  &lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;i&gt;&lt;span lang="ES"&gt;Domenico Losurdo&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;&lt;i&gt;  &lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span lang="ES"&gt;&lt;br /&gt;&lt;b style="mso-bidi-font-weight: normal;"&gt;¡Detener los preparativos de guerra! ¡Suspender el embargo!&lt;br /&gt;¡Solidaridad con los pueblos iraní y sirio!&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span lang="ES"&gt;&lt;br /&gt;Decenas de miles de muertos, una población traumatizada, amplia destrucción de infraestructuras y un Estado en ruinas: este es el balance de la guerra desencadenada por EE. UU. y la  OTAN contra Libia para saquear las riquezas del país y volver a colonizarlo. Ahora preparan abiertamente otra guerra contra Irán y Siria -el primero rico en materias primas y el segundo de crucial importancia estratégica- porque tienen su propia política y se niegan a someterse a los dictados de esas dos potencias. Un ataque de la  OTAN contra Siria o Irán podría llevar a una confrontación directa, de consecuencias incalculables, con Rusia y China.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span lang="ES"&gt;Con continuas amenazas de guerra, la concentración de tropas en las fronteras de Irán y Siria, y atentados terroristas y sabotajes cometidos por «unidades especiales» infiltradas en el país, EE. UU., sus aliados de la OTAN e Israel imponen un estado de excepción en estos países para ponerlos de rodillas. Con sumo cinismo y desprecio de los derechos humanos, EE. UU. y la UE tratan de paralizar su comercio exterior y sus transacciones financieras. Así se pretende sumir la economía iraní y siria en una grave crisis, que aumentará el desempleo y causará un fuerte deterioro en el abastecimiento de la población. Buscando un pretexto para una intervención militar decidida hace tiempo, se intentan agudizar los conflictos étnicos y provocar estallidos sociales que desemboquen en una guerra civil. Los gobiernos europeos, como el español, respaldan activamente esta política de embargo y amenaza de guerra.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span lang="ES"&gt;Llamamos a todos los ciudadanos, Iglesias, partidos, sindicatos y movimiento pacifista a que se opongan enérgicamente a esta guerra.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span lang="ES"&gt;Pedimos al gobierno español:&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span lang="ES"&gt;la suspensión inmediata y sin condiciones de las medidas de embargo contra Irán y Siria;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span lang="ES"&gt;una declaración inequívoca de que no participará#n en una guerra contra estos dos países ni autorizarán a EE. UU. y la OTAN a usar las instalaciones militares #españolas# para la agresión;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span lang="ES"&gt;un compromiso a escala internacional para que se ponga fin a la política de chantaje y amenazas de guerra contra Siria e Irán.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span lang="ES"&gt;Los pueblos iraní y sirio tienen derecho a decidir soberanamente su organización política y social. El mantenimiento de la paz exige que se respete escrupulosamente el principio de no injerencia en los asuntos internos de otros Estados.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="MsoNormal" style="line-height: normal; margin-bottom: .0001pt; margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span lang="ES"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1735601836879265268-3237123533517466265?l=domenicolosurdorecensioniepolemiche.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://domenicolosurdorecensioniepolemiche.blogspot.com/feeds/3237123533517466265/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://domenicolosurdorecensioniepolemiche.blogspot.com/2012/01/un-appello-contro-i-preparativi-della.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1735601836879265268/posts/default/3237123533517466265'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1735601836879265268/posts/default/3237123533517466265'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://domenicolosurdorecensioniepolemiche.blogspot.com/2012/01/un-appello-contro-i-preparativi-della.html' title='Un appello contro i preparativi della guerra all&apos;Iran e alla Siria'/><author><name>Domenico Losurdo</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-HJGF2YZEBwg/TxRA8AJ3k6I/AAAAAAAAAyw/BPGlTA_zfEE/s72-c/obama-dont-attack-iran-300x300.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1735601836879265268.post-4377021592586758223</id><published>2012-01-08T10:25:00.000-08:00</published><updated>2012-01-08T10:25:16.329-08:00</updated><title type='text'>A review of Nick Serpe’s review</title><content type='html'>&lt;div class="separator" style="clear: both; text-align: justify;"&gt;&lt;a href="http://1.bp.blogspot.com/-bZp3pT5yBwc/TwnfWwajSgI/AAAAAAAAAyY/hIAv9CjtO7c/s1600/graca.jpeg" imageanchor="1" style="clear: left; float: left; margin-bottom: 1em; margin-right: 1em;"&gt;&lt;img border="0" src="http://1.bp.blogspot.com/-bZp3pT5yBwc/TwnfWwajSgI/AAAAAAAAAyY/hIAv9CjtO7c/s1600/graca.jpeg" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;João Carlos Graça&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size: x-small;"&gt;Dear professor Losurdo, dear all&lt;br /&gt;The review of Liberalism, a Counter-History by Nick Serpe in Jacobin Magazine is more often than not a pertinent one. It probably touches the central point when Serpe writes that “Losurdo opposes the idea that some internal dialectic of freedom pushed liberals to confront more honestly the exclusions of early liberalism. Instead, he points to major conflicts within the community of the free (…) as moments of mutual embarrassment and demystification, when those on opposite sides of a political question exposed the forms of unfreedom their adversaries had institutionalized”.&lt;br /&gt;Indeed so, and thanks to the reviewer for not simply denying facts out of not appreciating them. In the meantime, however, Serpe looses ground when he states that “Losurdo’s word for disillusioned liberalism is «radicalism», a tradition whose proponents recognized that freedom from the state did not equal freedom in general, at least for the vast majority”. That’s definitely stretching “disillusionment” too much… Of course, Serpe makes clear that in his opinion you put too much emphasis in the divides between liberalism and radicalism, whereas he is inclined to see them “bleed[ing] into one another”; and on the contrary you call “liberal” to a number of other authors Serpe thinks you should call “conservatives” instead.&lt;br /&gt;So be it. All these operations of denominating things are, he recognizes, history-dependent, having really got a lot to do with particular conjunctures, etc. Be as it may, and raising-of-eyebrows notwithstanding, the fact is that those you called “liberals” have called that way themselves, and above all they have proceeded according to the logic you indentified: rebelling from “monarchic-tyrannical” domination on the one hand, defending their “liberties” with unquestionably liberal zeal, only to more at ease continue to enjoy and indeed reinforce privileges (or “freedoms”) vis-à-vis third parties. Was this retrospectively considered a “conservative” rather than a “liberal” way of acting? Yes indeed, but that fact expresses the huge conjuncture-dependency of terminology and even more so the blurred character of the distinctions between those two categories; and at any rate it should not obfuscate the reality that Calhoun and alike never appealed to the strength of the political centre, rather on the contrary. And so, there are really no signs of “conservative-Tory” instinct here, rather on the contrary. Therefore, I suggest, they really must be considered as “liberals” regardless of all possible bien pensant eyebrow-raising.&lt;br /&gt;Of course, there are lots of others aspects that you could not possibly have tackled, and Nick Serge recognizes that. Still, his underwriting of the alleged “omission” of Keynes and Rawls ought not to go unanswered. As a matter of fact, in case we were living in, say, the “glorious 30 years” from 1945 to 1974, it could possibly be argued that an “internal dialectic of freedom” was in operation, so that liberalism was via calm reforms, the adoption of Keynesian economic policies and the installment&amp;nbsp; of “third citizenship”, managing to build up a just, fair society, progressively extending both “negative” and “positive” freedoms, adding the Rooseveltian “freedom from want” and “freedom from fear” and generalizing them to indeed virtually everybody… At least in the “free world”, that is, because you would certainly not present that as an acceptable political thesis for instance to a Vietnamese person whose village had been napalmed days before, or a South American left activist whose country had recently fallen into military dictatorship, would you? These were, however, the years when some people even talked of a “convergence” between western and eastern “blocks”, that is, between the USA and USSR, each one bringing its own satellites to the universal Keynesian-Rawlsian feast.&lt;br /&gt;Yet still, the main point to highlight here is: after the economic crisis of 1974-75, after the cultural shift to “post-modernity” and the concomitant leaning to the “New Right” in the late seventies and early eighties, after Thatcher, Reagan, and especially after what happened at a world level in the last two decades, now including the “free West” ― where the welfare state has been (and continues to be) largely dismantled under pretext of “reform” more often by liberal and even “socialist” governments than by officially conservative one ― Losurdo’s notions of simultaneous processes of enfranchisement and disenfranchisement immanent to liberalism, and also that liberalism tends to universalism only when it is challenged “from the outside” by a strong radical, non-liberal impetus, seem to be largely vindicated by events, or indeed to accompany them, whereas liberal “white legend”, or narcissistic self-image, promptly reveals itself as sheer imposture, pathetic collective denial or “blindness”.&lt;br /&gt;And so, I tend to disagree from Serpe’s statement that “Losurdo’s book (…) cuts it off with some brief comments on the Second World War, he never integrates liberalism’s developments since its encounter with socialism, the end of colonialism, legal desegregation, and the liberation of women with his theories stemming from the revolt of civil society”. Indeed, post-WW II events were not your centre of attention, but if Serpe contention is that your basic tenets were somehow short-circuited or overcome by later events, then that notion is plainly wrong: “counter-history” is indeed a much more useful guide to deal with recent events than usual official (and most of the times blatantly hagiographic) historiography.&lt;br /&gt;Concerning this, Nick Serpe also mentions a group of other aspects that it would certainly take much more time to consider properly, but mention is due at least to the fact that really the mapping of political positions is much richer than what the mere triad conservatism-liberalism-radicalism suggests. “Identitarian” tendencies, for example, have certainly gained the upper-hand during the last decades. But they must in my opinion be considered within the global notion of a “Divide et Impera” very consciously put into practice and promoted by the political, economic and cultural Western elites, precisely as a mode of carrying on with a silent, smooth disenfranchisement of the plebs. Without that global background the selling out and promotion of, for instance, Laclau and Mouffe (not mention others even worse) as presumably “Left” or “radical” thinkers would have ring so many alarm bells that such variety of speculations would certainly have been set aside a long time ago.&lt;br /&gt;Another aspect worth mentioning is the fact that imperialism, and indeed nationalism, are categories partly transversal to liberalism and to socialism… and indeed presumably to radicalism and conservatism as well. But I definitely don’t think that the events these last years, presumably shifting the fulcrum of problems ― and desirably of analysis ― from “American empire” to “global capitalism”, may challenge whatever contention you might have made in your book. (Probably, and concerning this subject, reading Il Linguaggio dell’Impero. Lessico dell’Ideologia Americana would also do Serpe considerable good. Let’s hope an English translation appears soon as well). Anyway, yes indeed, the category of “capitalism” is largely susceptible of being considered as overlapping the one of “liberalism”, but that fact suggests much more a complement to rather than a refutation of your book.&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; &lt;br /&gt;As to this last subject, I think that an aspect worth mentioning in the relationship between radicalism and socialism has got to do with the fact that in “classical” radicalism, namely in Jacobinism, direct state intervention in the economy was generally seen with suspicion, for it was mostly associated with royal, “majestic” monopolistic companies, besides often intermingled with bellicose, imperialistic ventures. Within this context, the economic policies of radicals had fundamentally got to do with progressive taxation, the provision of the essentials for the most needed (or the rudiments of the so-called “welfare state”), also up to a point the promotion of public works aiming at full employment, and particularly the generalized establishment of maxima in prices of goods, especially goods of first need for the vast majority.&lt;br /&gt;These measures, of course, were to have very different fates. If full employment (the “right to work”) or progressive taxation were goals to be picked up later by different currents such as socialists, Marxists or not, Keynesians and others, the establishment of generalized maxima in prices, by contrast, was soon to be recognized as mostly an inducer of “black market”, at least in situations where the State simultaneously abstained from intervening from the “supply-side”. That is to say, in case public authorities really wanted to promote lower prices, and besides preventing monopolies (which was itself considered a legitimate goal, of course), they absolutely ought also to be producers. And so, the “liberal” dogma formally interdicting public enterprises, or the so-called and most demonized “producer-State”, had to be abandoned in order to make efficient the purpose of avoiding too high prices in the essential provisions. (And this is of course an important truth up to our days. Think of the supply of education, health services, but also public transportation, electricity and gas… we will see about that in Western Europe during the next years, by the way, just as people in Eastern Europe has been seeing it for the last twenty years or so.)&lt;br /&gt;Understandably, it took time before the importance of what in nowadays economics’ jargon may be easily captured as a displacement of the supply curve to the right ― thereby enhancing ceteris paribus a descent of prices ― could be clearly understood by political deciders, or indeed by political currents at large. The strength of “anti-statism” was so big, that the universalistic prevalent reference continued to be mostly the one of a society with neither employers nor employees, or of generalized small independent production. Understandably, the very fact of the emergence of industrializing processes produced crescent difficulties to that frame of reference, hence the usual assuming of industrialization as the generator of a “new feudalism”, the field for growing inequalities between men, instead of the social equality that the mostly peasant and artisan radical constituencies were convinced they were able to produce. And so, on the one hand we had this pre-industrial origin of Jacobinism, or classical radicalism, as an inhibitor of the acceptance of more state intervention in the economy, whereas on the other hand “socialism” was really born wrapped in a quasi-religious aura (with Pierre Leroux and saint-Simonism) that largely made it prone to a non-political or “meta-political” leaning, which was itself partly a sublimated expression of the conditions of political defeat that the poor had to endure with the demise of Jacobinism: another variety of “escape from history”, so to speak. Therefore, you see, there were a considerable number of obstacles that had to be overcome in order for a bleeding of radicalism into socialism to be made possible. And yet still, that collective apprenticeship eventually happened, as we know.&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; &lt;br /&gt;However, if this pre-industrial character of Jacobinism makes it retrospectively understandable for us the kind of mental and political blockages that had to be surpassed so that fully socialist ideas could emerge, it is no doubt disturbing that nowadays a self-proclaimed defender of equality like such as for example Andrew Levine cavalierly dismisses altogether the very notions of public enterprises and of economic planning in the name, apparently, of “liberal” (or “libertarian”) trends hegemonic even amidst the official Left, or official supporters of equality. Indeed, Levine also candidly admits, he is basically ignorant of factual socialist alternatives to our state of things: “We know a lot about capitalist property relations, but we have only a dim understanding of what socialist alternatives to capitalism are apart from state ownership and Soviet-style central planning. Neither are any longer poles of attraction; and, for good reason, neither are likely to become so again. But state ownership and central planning hardly exhaust the possibilities.” (Andrew Levine, Bringing the Bottom Up, What Equality?, CounterPunch, 30 Dez. 2011, http://www.counterpunch.org/2011/12/30/what-equality/)&lt;br /&gt;However, the basic thing here is: even regardless of the fact that we have to demystify the colossal “black legend” correspondent to the ways that history of former socialist countries was and is being told both in mainstream journalism and in mainstream academic wisdom ― wishfully in order that a simple mention to “Soviet-style central planning” as soon as possible ceases constituting a freezing anathema and a complete blockage to any further reasoning ― Levine ought to at least know that “economic planning” was largely akin to “economic policy” even in Western countries during various decades between 1945 and 1991. And so was indeed the presence of very large and influential public companies, generally very beneficial from the point of view of the vast majority: or must we now, following Levine’s recipe, proceed to write a “black book” also on Enrico Mattei and rephrase our egalitarian claims in order to make them assume an oleaginous “post-modern”, smoothly “pluralistic”, “central-planning-free” and “state-ownership-free” version that renders them acceptable even by the “seven sisters”?&lt;br /&gt;Returning to Nick Serpe, mention must be made to the fact that Kant would rather be pictured as a “crypto-radical”, or a “self-censored radical”, than as a liberal or even a compromising author. It’s really a piety that your book on this subject (Autocensura e Compromesso nel Pensiero Politico di Kant, 1984; French edition Autocensure et Compromis dans la Pensée Politique de Kant, Lille, Presses Universitaires de Lille, 1993) is not yet translated into English, but Serpe would certainly like to learn how astoundingly far parallelisms may indeed be established between Robespierre’s strictly political discourse and Kant’s speculations in the politically rarefied philosophical realm.&lt;br /&gt;Stuart Mill is, however, a totally different story. On the one hand, he may be considered, via theorization of imperialism and allegedly “benevolent” domination of superior “adult” peoples over inferior or “childish” ones, as a typical proponent (together with Tocqueville and so many others) of what were to be the imperial “games” of late XIXth and early XXth centuries… with all the gallery of horrors that was to come with them, no doubt about that. “Students of fascism” may dispute whatever they want: facts are definitely much more important than real or imaginary “genealogies”. It was the “fanatical” radical, “paranoiac tyrant” Robespierre (aren’t they all alike?) who famously proclaimed that “let colonies perish rather than a principle”, certainly not liberal Mill or liberal Tocqueville, who indeed diligently theorized in the opposite direction. If “students of fascism” don’t like it… well, shame on them. Isn’t it a piety? But Serpe would know better than that, anyway: the historical factuality of liberalism was inextricably inseparable from these openly Herrenvolkisch (whether not “exterminationist”) tendencies. &lt;br /&gt;As to women’s emancipation, that’s certainly a very long story. Suffragist ideas showed up more often than not closely associated with radical and socialist ideas, but indeed liberals very early learnt to co-opt some of them. Two references must be left here, for Serpe’s use. As Perry Anderson noticed almost half a century ago (Portugal and the End of Ultra-Colonialism, NLR; Brazilian edition Portugal e o Fim do Ultracolonialismo, Rio de Janeiro, Editora Civilização Brasileira, 1966), feminine enfranchisement had initially got to do much more with the existence of strong gender demographic imbalances than with any intent of systematic approach. It remained therefore a geographically “peripheral” phenomenon (Finland, Rocky Mountains’ states, Australia, New Zealand) much more than a “central” one, before events could be retrospectively interpreted and those peripheries with their “eccentricities” emerged as avant-gardes in a general trend. It was also closely intermingled with specific varieties of colonization, namely the ones correspondent to “dominions” rather than “colonies”, with “indigenous” populations being expelled/exterminated rather than submitted (and miscegenation being virtually absent).&lt;br /&gt;Also, and as remarked by Domenico Losurdo in Democrazia o Bonapartismo (still waiting for English translation; Brazilian edition Democracia ou Bonapartismo: Triunfo e Decadência do Sufrágio Universal, Rio de Janeiro, Editora UFRJ / Editora UNESP, 2004), women’s vote was frequently granted in obedience to a “checks and balances” mental disposition, and consciously as a compensation for black vote: “conservatism” checking potential “radicalism”, if you will (or abstinence compensating drunkenness…) in order to allow for a globally “balanced”, liberal scenario. Alas, neither Anderson nor Losurdo expanded into the field of possible associations of feminine vote with Protestantism, but I sincerely think that probably more pertinent than usual sociological lucubration, following Max Weber’s trail, on Protestantism-capitalism alleged links.&lt;br /&gt;Um bom ano novo para todos.&lt;br /&gt;Lisboa, 6 de Janeiro de 2012 &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1735601836879265268-4377021592586758223?l=domenicolosurdorecensioniepolemiche.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://domenicolosurdorecensioniepolemiche.blogspot.com/feeds/4377021592586758223/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://domenicolosurdorecensioniepolemiche.blogspot.com/2012/01/review-of-nick-serpes-review.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1735601836879265268/posts/default/4377021592586758223'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1735601836879265268/posts/default/4377021592586758223'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://domenicolosurdorecensioniepolemiche.blogspot.com/2012/01/review-of-nick-serpes-review.html' title='A review of Nick Serpe’s review'/><author><name>Domenico Losurdo</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/-bZp3pT5yBwc/TwnfWwajSgI/AAAAAAAAAyY/hIAv9CjtO7c/s72-c/graca.jpeg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1735601836879265268.post-8849465675178885217</id><published>2009-03-02T05:23:00.000-08:00</published><updated>2009-03-02T05:25:15.427-08:00</updated><title type='text'>Un intervento di Dario Briganti sull'ultimo libro di Luciano Pellicani</title><content type='html'>&lt;div class="post-body entry-content"&gt; &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; color: rgb(51, 51, 51); font-family: Tahoma;"&gt;Luciano Pellicani,&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Lenin e Hitler. I due  volti del totalitarismo, &lt;/span&gt;Rubbettino, 2009&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; color: rgb(51, 51, 51); font-family: Tahoma;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;Recensione di Dario Briganti&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; color: rgb(51, 51, 51); font-family: Tahoma;"&gt;Il piano di Pellicani (perché si tratta chiaramente di un progetto preciso studiato con lucidità e rigore) è di demolire definitivamente la tradizione leninista, non soltanto criminalizzando il marxismo nella rielaborazione (filosofica prima ancora che rivoluzionaria) di Lenin, ma addirittura arrivando ad equiparare la figura storica di Lenin a quella di Hitler. Si dimostra la radice giacobina ed antiborghese del bolscevismo (e del nazismo) per affermare, senza alcun imbarazzo, senza vergogna, che Lenin e Hitler sono la stessa cosa. Senza alcun fondamento storico, senza alcuna analisi scientifica, Pellicani dibatte su argomenti delicati e complessi come questi, col solo fine di consegnare all’oblio definitivo una figura così importante, e determinante, per l’intera storia del movimento operaio. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; color: rgb(51, 51, 51); font-family: Tahoma;"&gt;Così, dopo la clericalizzazione di Gramsci di qualche mese fa, siamo adesso alla nazistizzazione di Lenin e del bolscevismo. Sì, perchè nelle quattro parti che compongono il volume di Pellicani, si parla di culto della violenza, di mobilitazione delle masse, di sistematico sterminio dei nemici, di dittatura terroristica, di clima di guerra perenne e di ciclica rigenerazione con l’eliminazione degli elementi ritenuti impuri, nella stessa misura – e sulle stesse basi giacobino-antiborghesi – e per il bolscevismo e per il nazismo.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; color: rgb(51, 51, 51); font-family: Tahoma;"&gt;E pensare che Pellicani è oggi direttore di Mondoperaio, rivista fondata da Nenni e che ebbe collaboratori come Fortini, Bassani, Pasolini, Asor Rosa!&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; color: rgb(51, 51, 51); font-family: Tahoma;"&gt;Il libro si dilunga su teorie supportate da fumosi, esoterici argomenti spesso costruiti su citazioni di Marx o Lenin utilizzate al contrario, estrapolando cioè dal contesto frasi slegate dal discorso cui fanno riferimento, oppure, in assenza di una bibliografia ragionata, su fonti bibliografiche spesso nel solco di una tradizione assolutamente antileninista ed antimarxista: Del Noce; Croce; Kautsky; Dimitri Volkogonov ed il suo &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Le vrai Lenine&lt;/span&gt; nell’edizione francese curata  da Serge Quadruppani; &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Il grande Terrore&lt;/span&gt;  di Conquest; Ortega y Gasset…&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-size: 12pt; color: rgb(51, 51, 51); font-family: Tahoma;"&gt;Curiosi poi i titoli dei capitoli, che però somigliano piuttosto a quattro saggi scritti in tempi diversi e rimessi insieme successivamente: il primo ha il titolo del libro, mentre il secondo parla di &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Comunismo come reazione zelota contro  l’Occidente;&lt;/span&gt; il terzo vede &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Il nazismo  come movimento gnostico di massa;&lt;/span&gt; l’ultimo chiude con l’impegnativo &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Fascismo, bolscevismo  imperfetto.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1735601836879265268-8849465675178885217?l=domenicolosurdorecensioniepolemiche.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://domenicolosurdorecensioniepolemiche.blogspot.com/feeds/8849465675178885217/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://domenicolosurdorecensioniepolemiche.blogspot.com/2009/03/un-intervento-di-dario-briganti.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1735601836879265268/posts/default/8849465675178885217'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1735601836879265268/posts/default/8849465675178885217'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://domenicolosurdorecensioniepolemiche.blogspot.com/2009/03/un-intervento-di-dario-briganti.html' title='Un intervento di Dario Briganti sull&apos;ultimo libro di Luciano Pellicani'/><author><name>Domenico Losurdo</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1735601836879265268.post-5981427813403816213</id><published>2009-01-29T11:05:00.000-08:00</published><updated>2009-01-29T11:07:05.819-08:00</updated><title type='text'>Hannah Arendt contre Marx?</title><content type='html'>Hannah Arendt contre Marx? – si chiede Arno Münster già nel titolo del suo libro (Hermann, pp. 412). Il punto interrogativo è giustificato, se si riflette sull’evoluzione della filosofa qui indagata. Subito dopo la fine della seconda guerra mondiale Arendt si esprime positivamente non solo su Marx, cui attribuisce il merito di aver espresso il meglio della «tradizione ebraica» (con il «suo zelo fanatico per la giustizia»), ma anche per l’Urss di Stalin: essa si era distinta per il «modo, completamente nuovo e riuscito, di affrontare e comporre i conflitti di nazionalità, di organizzare popolazioni differenti sulla base dell'eguaglianza nazionale»; si trattava di un modello «cui ogni movimento politico e nazionale dovrebbe prestare attenzione» (i due scritti qui citati sono &lt;i style=""&gt;The Moral of History&lt;/i&gt; e &lt;i style=""&gt;Zionism Reconsidered&lt;/i&gt;, rispettivamente del gennaio 1946 e dell’ottobre 1945). Ancora le prime due parti delle &lt;i style=""&gt;Origini del totalitarismo&lt;/i&gt;, assieme al Terzo Reich, mettono in stato d’accusa principalmente la Francia per quanto riguarda l’antisemitismo e la Gran Bretagna per quanto riguarda l’imperialismo. E’ solo nella terza parte, scritta dopo lo scoppio della guerra fredda, che l’Urss di Stalin e la Germania di Hitler sono accostate in quanto espressione del «totalitarismo»; a partire di qui Arendt si impegna a ricercare già in Marx le origini di questo flagello.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoBodyTextIndent" style="margin: 0cm -1cm 0.0001pt -14.2pt;"&gt;Proprio a questa terza parte si rivolgono le preferenze di Münster (p. 115). E’ un atteggiamento assai discutibile. A suo tempo, appena pubblicate, &lt;i style=""&gt;Le origini del totalitarismo&lt;/i&gt; furono recensite da Golo Mann, il quale scrisse: «Hannah Arendt dedica due terzi della sua fatica all’antisemitismo e all’imperialismo, e soprattutto all’imperialismo di matrice inglese. Non riesco a seguirla». Ad «essere veramente in tema» era solo la terza parte! Dunque, sarebbero fuori tema le pagine dedicate da Arendt all’antisemitismo e all’imperialismo; eppure si tratta di spiegare la genesi di un regime, quello hitleriano, che ambiva a edificare in Europa orientale un impero coloniale fondato sul dominio di una pura razza bianca e ariana. Sennonché, lo storico tedesco pubblicava la sua recensione su una rivista «Die Neue Zeitung», che già nel sottotitolo chiariva di essere «la rivista americana in Germania» (nr. 247, 20/21 ottobre 1951). Dal punto di vista dell’ideologia occidentale della guerra fredda l’assimilazione dell’Urss al Terzo Reich era un imperativo categorico!&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoBodyTextIndent" style="margin: 0cm -1cm 0.0001pt -14.2pt;"&gt;Si spiega così il successo incontrato dalla categoria di totalitarismo. E, tuttavia, persino uno degli autori del &lt;i style=""&gt;Libro nero del comunismo&lt;/i&gt; ha riconosciuto che la prima «“matrice” dello stalinismo» è stato «il periodo della prima guerra mondiale» (N. Werth, &lt;i style=""&gt;La terreur et le désarroi&lt;/i&gt;, Perrin 2007, p. XIV) E dunque il «totalitarismo» sovietico è il risultato in primo luogo dello stato d’eccezione che investe la Russia a partire dal 1914, a partire cioè da una gara imperialista per l’egemonia i cui principali protagonisti sono due paesi dell’Occidente liberale (l’Inghilterra e la Germania). E’ la confutazione definitiva del discorso sviluppato nella terza parte delle &lt;i style=""&gt;Origini del totalitarismo&lt;/i&gt;!&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoBodyTextIndent" style="margin: 0cm -1cm 0.0001pt -14.2pt;"&gt;Fin qui il mio dissenso con Münster. Concordo invece con lui, allorché egli sottolinea il «pregiudizio reale e inespugnabile nei confronti del marxismo» presente in Arendt (p. 360). Riccamente documentato, il libro di Münster è l’occasione, al di là delle intenzioni del suo autore, per liberarsi una volta per sempre dal timore reverenziale che la sinistra nutre per Arendt.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;b style=""&gt;Domenico Losurdo&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;span style="font-size: 12pt; font-family: &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;;"&gt;(pubblicato su «l’Humanité» del 26 gennaio 2009)&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1735601836879265268-5981427813403816213?l=domenicolosurdorecensioniepolemiche.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://domenicolosurdorecensioniepolemiche.blogspot.com/feeds/5981427813403816213/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://domenicolosurdorecensioniepolemiche.blogspot.com/2009/01/hannah-arendt-contre-marx.html#comment-form' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1735601836879265268/posts/default/5981427813403816213'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1735601836879265268/posts/default/5981427813403816213'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://domenicolosurdorecensioniepolemiche.blogspot.com/2009/01/hannah-arendt-contre-marx.html' title='Hannah Arendt contre Marx?'/><author><name>Domenico Losurdo</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1735601836879265268.post-3328131818047316579</id><published>2009-01-27T04:21:00.000-08:00</published><updated>2009-01-27T04:22:01.163-08:00</updated><title type='text'>La storia del Novecento e il socialismo reale di fronte al postmodernismo storiografico</title><content type='html'>di Stefano G. Azzarà&lt;br /&gt;in corso di pubblicazione su "Marxismo Oggi"&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vediamo quali sono i titoli di alcuni dei lavori su Stalin e la storia dell’Unione Sovietica di più recente pubblicazione nel panorama accademico internazionale. The European dictatorships: Hitler, Stalin, Mussolini, di Alan Todd; Stalin und Hitler: das Pokerspiel der Diktatoren, di Lew Besymensky; The dictators: Hitler’s Germany and Stalin’s Russia, di Richard Overy; Schlachtfeld der Diktatoren: Osteuropa in Schatten von Hitler und Stalin, di Dietrich Beyrau…: sono testi – e potremmo continuare a lungo con il nostro elenco - che sin dal titolo si rifanno allo studio sulle «vite parallele» di Stalin e Hitler scritto a suo tempo da Alan Bullock e che mirano esplicitamente a un’equiparazione di queste figure. Lo stesso può dirsi di libri come Victims of Stalin and Hitler: the exodus of Poles and Balts to Britain, di Thomas Lane; Two Babushkas: how my grandmothers survived Hitler's war and Stalin's peace, di Masha Gessen; La strana guerra. 1939-1940: quando Hitler e Stalin erano alleati e Mussolini stava a guardare, di Arrigo Petacco, per citare un autore italiano. Nell’ambito di questa vera e propria «storia di mostri» del XX secolo, spicca poi per apertura ed equanimità dello sguardo un libro dal titolo impareggiabile: Tiranni: duemilacinquecento anni di potere assoluto, morte e corruzione nella vita e nella storia dei cinquanta despoti piu potenti e crudeli di tutti i tempi da Gengis Khan a Hitler, da Stalin a Saddam Hussein, di Clive Foss!&lt;br /&gt;Al di là dell’eccesso di zelo dimostrato da quest’ultimo lavoro, la linea di tendenza è abbastanza chiara: non c’è sostanziale differenza tra la barbarie nazista e i crimini staliniani. Tralasciando le questioni di dettaglio, medesima è la natura profonda di questo orrore, che è accomunabile sotto la categoria di «totalitarismo» ed è riconoscibile a partire dalla sua intrinseca ostilità alla democrazia, alle libertà individuali, ai diritti umani e dei popoli e al rispetto per la persona. Lo stesso è il ricorso alla dittatura più feroce (Gleichschaltung unter Stalin? a cura di Stefan Creuzberger e Manfred Gortemaker), lo stesso è l’uso dei campi di concentramento (Nei lager di Stalin, di Alessandro Ferioli), le stesse sono le spietate persecuzioni nei confronti degli ebrei (Order fur einen Mord: Die Judenverfolgung unter Stalin, di Alexander Borschtschagowski; Stalin’s secret pogrom, a cura di Joshua Rubenstein e Vladimir P. Naumov; Stalin's last crime: the doctors' plot, di Jonathan Brent e Vladimir P. Naumov; La guerra di Stalin contro gli ebrei, di Louis Rapoport), lo stesso è l’uso spregiudicato della macchina propagandistica e degli intellettuali ai fini della manipolazione delle menti (Im Dschungel der Macht: Intellektuelle Professionen unter Stalin und Hitler, a cura di Dietrich Beyrau). Lo stesso, è stato detto, è persino il profilo psicologico, o meglio psicopatologico, di questi due criminali efferati e sanguinari, sui quali pesa alla stessa stregua il marchio dell’infamia: un profilo assai prossimo alla follia e alla paranoia aggressiva, le cui radici affondano, secondo alcuni interpreti, sin nell’oscurità dei loro traumi infantili (Vita segreta di Stalin: il profilo psicologico e intellettuale, le letture, di Boris Semenovic Ilizarov; Stalin e i suoi boia: un’analisi del regime e della psicologia stalinisti, di Donald Rayfield; Stalin’s folly, di Constantine Pleshakov). Non sembra un caso, insomma, che queste follie parallele e convergenti abbiano ad un certo punto stretto un patto di sangue per il reciproco sostegno e per la spartizione dell’Europa, come avviene nel 1939 con il patto Ribbentrop-Molotov.&lt;br /&gt;Questo rapido excursus ci consente di capire i motivi per i quali sono almeno due i piani di discorso che si intersecano nell’ultimo libro di Domenico Losurdo (Stalin. Storia e critica di una leggenda nera, Carocci, Roma 2008), dal quale prendiamo spunto per questa riflessione sulla storia del Novecento. E’ possibile infatti confrontarsi con il contenuto esplicito di questo libro, e cioè con la figura politica di Stalin e i processi storici che agiscono alle sue spalle, in quell’intreccio complicato che fa da sfondo non solo alle vicende della Russia sovietica ma all’intera storia mondiale del XX secolo. Ma è possibile anche scegliere un altro registro e privilegiare una lettura, per così dire, “metastoriografica” di questo testo. Mentre parla di Stalin, infatti, Losurdo parla sempre simultaneamente di un tema più generale e più vasto: lo stato della storiografia contemporanea e l’uso del metodo storiografico in relazione al Novecento, alla Guerra Fredda e a tutta la tradizione rivoluzionaria.&lt;br /&gt;Ho cominciato proprio con questo aspetto perché mi sembra quello più urgente. Attraverso un’analisi delle più importanti ricerche sulla figura di Stalin, Losurdo mette infatti in luce lo stato assai critico della storiografia contemporanea. E’ certamente comprensibile che, essendo più vicino all’attualità e a quei suoi conflitti che sono ancora maggiormente vitali, lo studio del presente rischi di appiattirsi sulla dimensione dell’uso politico della storia e che quindi esso confini inevitabilmente con l’ideologia e, a volte, anche con la propaganda consapevole. Anche in questi casi, però, un uso accorto del metodo storiografico dovrebbe salvaguardare gli storici dal lasciarsi andare ad esperimenti che mettono a repentaglio la stessa serietà dei loro sforzi.&lt;br /&gt;Losurdo si impegna a decostruire alla radice questo approccio mostrandone la debolezza sul piano scientifico. Non c’è davvero nessuna differenza tra una guerra d’aggressione scatenata in nome della volontà di colonizzazione dell’Est europeo e della costruzione di un impero fondato sulla forza lavoro servile e l’atteggiamento pur brutale di un paese, accerchiato e minacciato di distruzione sin dal momento della sua fondazione, che si sta difendendo da un attacco mortale? Non c’è differenza tra una visione del mondo grevemente razzistica che vuole affermare la supremazia dell’uomo ariano sui popoli di colore e un’ideologia che combatte, anche in maniera tragicamente sbagliata, per sostenere valori di eguaglianza universale e di autodeterminazione dei popoli? Perché, per allargare il campo, la comparatistica dell’orrore deve investire soltanto Hitler e Stalin e non deve essere estesa anche ai paesi liberali? Perché non passare in rassegna anche il comportamento delle grandi potenze occidentali nel loro movimento di espansione imperiale e indagare se proprio lì, nelle pratiche della guerra di conquista impiantate poi nella stessa Europa, non debbano essere individuate le radici più autentiche dell’universo concentrazionario e della mobilitazione totale? Perché, infine, questo approccio storiografico si ostina a mettere sotto la lente d’ingrandimento le vicende dell’Urss e il comportamento dei suoi dirigenti politici in situazioni di crisi acuta e stato d’eccezione, mentre le democrazie liberali vengono viste ed esaltate solo nei loro momenti di normalità? E’ corretto metodologicamente comparare grandezze che non sono omogenee? E che dire poi dell’uso di una psicologia d’accatto per spiegare le grandi contraddizioni e tragedie della storia?&lt;br /&gt;Sono questioni di un certo rilievo epistemologico, come si vede, che Losurdo già da tempo aveva sollevato nel suo libro sul Revisionismo storico (Laterza, Roma-Bari 1996). Ma sono interrogativi che, ovviamente, non hanno impedito a questo tipo di approccio di avere un’estensione ancora maggiore e di diffondersi in campi anche diversi da quello della storiografia in senso stretto, arrivando presto a orientare settori molto larghi dell’opinione pubblica. Per misurare in maniera approssimativa questo fenomeno, vediamo adesso alcuni tra i moltissimi titoli che negli ultimi anni sono stati pubblicati su un giornale importante – ma un giornale che dalla figura di Stalin e in generale dal comunismo sembra essere ossessionato ancora molto tempo dopo la morte della fonte delle sue paure – come il “Corriere della Sera”: «Hitler e Stalin: le affinità elettive di due dittatori»; «Stalin e i suoi picciotti, tra vodka e pallottole»; «Chi occultò lo sterminio degli ucraini»; «Mandel’stam: “Stalin assassino”»; «Ma l’era dei Gulag comincia con Lenin»; «Iniziò con Lenin la violenza “aberrante” del comunismo»... Anche qui non mancano le cose curiose che riescono persino a strappare un sorriso, come «Banane e sangue, quel capriccio di Stalin», oppure «Festa per la serie A: ultras “stalinisti” devastano sedi del Polo». Molto significativi, poi, questi due titoli: «Bertinotti cancella Stalin. Via alla Sinistra europea» (erano i giorni della “destalinizzazione” messa in scena, nel 2004, dal gruppo dirigente di Rifondazione Comunista), seguito il giorno dopo dall’esilarante «Cossiga difende Stalin da Bertinotti: senza di lui tu non c' eri»!&lt;br /&gt;Certo, sul “Corriere della Sera” troviamo anche un autore come Sergio Romano, che ancora in questi giorni si distingue per lucidità («grazie al «carattere ideologico e universalista del regime», dice nella risposta a un lettore, «l’Unione Sovietica ha creato, in nome del comunismo, una classe dirigente multinazionale» e perciò «l’accusa di razzismo, se indirizzata al sistema sovietico, non sarebbe giusta»; «E’ possibile essere contrari al comunismo», continua, «senza ignorare le caratteristiche di uno Stato che fu pur sempre, nonostante i suoi molti vizi, una grande opera del Ventesimo secolo»). Come si può vedere, però, l’approccio non scientifico, sensazionalistico, a volte persino morboso di certa storiografia si è diffuso anche sul principale organo di informazione giornalistica italiano. A pensarci bene, anzi, verrebbe piuttosto da dire che probabilmente è avvenuto proprio il contrario: è la divulgazione storiografica stile “Storia Illustrata” che ha piano piano preso piede nella storiografia accademica.&lt;br /&gt;Si tratta di un problema di grande portata che va ben oltre la questione di Stalin, dell’Urss, del comunismo e della tradizione rivoluzionaria. Siamo qui, infatti, molto al di là dello stesso fenomeno, pur controverso, del revisionismo storico. Si potrebbe parlare di una sorta di “postmodernismo storiografico” che trova il suo modello di riferimento nei format di quell’ambizioso progetto culturale che è costituito da History Channel, il canale televisivo di divulgazione storiografica del gruppo Fox, legato a un imprenditore dei media dall’orientamento ultraconservatore come Rupert Murdoch. Nella giornata di oggi, per fare un esempio, History Channel programma nell’ordine documentari su: «Confessioni di una mummia: il mistero della donna sigillata»; «Le reliquie mancanti di Gesù»; «La rivoluzione ungherese 50 anni dopo»; «Storia del razzismo»; «Sesso nel XX secolo», ecc. ecc. Un palinsesto tipicamente postmoderno, come si vede, nel quale viene meno ogni scala di priorità e ogni taglio critico e qualsiasi argomento, da quello più importante a quello più futile, viene affrontato con lo stesso superficiale approccio spettacolarizzante. E non si creda che tutto ciò non abbia rilievo politico, perché l’impatto di questo modo di “fare storia” sul senso comune può avere alla lunga effetti devastanti di deculturalizzazione di massa e, oltretutto, è già dilagato anche nel circuito culturale di quella sinistra che si vuole più raffinata e aperta alle nuove tecniche di comunicazione. Limitandoci a questo ambito politico-culturale, va poi detto che a questo uso disinvolto vanno a sommarsi anche le ricostruzioni interessate, volte cioè a soddisfare finalità politiche immediate. Un esempio è stato dato dal surreale dibattito sulla “storia controfattuale” promosso da Fausto Bertinotti e Rina Gagliardi attraverso l’appropriazione indebita dell’autorità di Walter Benjamin (del tipo: “cosa sarebbe accaduto se invece di Stalin ci fosse stato tizio o caio”), oppure dalle periodiche giaculatorie fuori tempo massimo di Pietro Ingrao sull’invasione di Praga.&lt;br /&gt;A questo modo di fare storia Losurdo ne oppone uno del tutto diverso. Anzitutto, si parte qui da un uso rigoroso delle fonti, che vengono curate con particolare attenzione. Essendo questa una materia incandescente, suscettibile di far scattare l’immediata accusa di giustificazionismo, nostalgia e persino apologia, si tratta di una scelta dirimente. Ebbene, a parte gli archivi e le fonti primarie, Losurdo riesce a costruire il proprio punto di vista anticonformista sul significato della figura di Stalin pressoché esclusivamente a partire da fonti secondarie ostili a Stalin stesso e comunque sulla base di fonti non sospettabili di simpatie filostaliniane. I dirigenti politici “di sinistra” impegnati nella guerra civile contro il successore di Lenin, come Trotzkij stesso o il maggior storico di orientamento trotzkista, Isaac Deutscher, in primo luogo. Soprattutto, il campo sterminato della sovietologia statunitense e anglosassone dell’epoca della Guerra Fredda, tra le cui stesse pieghe è stato possibile reperire documenti, ricostruzioni e prese di posizione che finiscono per smentire, obtorto collo ma in maniera oggettiva, le tesi banalizzanti e criminalizzanti dell’odierna storiografia postmoderna. Inoltre, Losurdo si fa forte di un procedimento comparatistico a tutto campo che chiama in causa tutti i tipi di regimi politici e di ideologie che si sono confrontati nel corso del XIX e del XX secolo, senza fare sconti a nessuno di essi e mettendo sotto i riflettori anche il comportamento dei paesi liberali. Infine, questa comparatistica non si dipana mediante un semplice ricorso alle suggestioni analogiche più immediate ma mette a confronto soltanto situazioni che sono effettivamente comparabili, a partire dall’omogeneità delle tendenze profonde che soggiacciono al loro sviluppo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Passiamo adesso al tema in oggetto e cioè alla questione Stalin. Il miglior regalo che si potesse fare alla storiografia revisionistica o a quella postmoderna sarebbe stato quello di affrontare questa questione in una chiave apologetica. Non è questo ciò che fa Losurdo, anche se nel suo libro è forse riscontrabile proprio questa carenza: non essersi confrontato in maniera diretta con la storiografia di corte filostaliniana e con il settarismo autolesionista di certi difensori del dirigente sovietico. Non ne valeva probabilmente la pena, perché alla debolezza scientifica di questi studi non fa da contraltare, come avviene invece nel caso della storiografia dominante, una loro particolare diffusione ed influenza. E però soffermarsi su questo punto avrebbe contribuito a fare ulteriore chiarezza soprattutto in ambito marxista o sedicente tale. Il fatto è che Losurdo, come ho detto prima, nel discutere del problema Stalin tende costantemente a far slittare il proprio discorso su piani diversi e ben più rilevanti che arrivano a chiamare in causa lo statuto epistemologico della storiografia ma anche quello dello stesso materialismo storico. Questa scelta ne ha ovviamente delimitato il campo polemico.&lt;br /&gt;In ogni caso, Losurdo non tace affatto sugli aspetti più inaccettabili della storia dell’Urss e sulle scelte sbagliate che Stalin ha ripetutamente compiuto, come vedremo. Parte però da un dato di fatto: fin oltre la sua morte e «per tutto un periodo storico, in circoli che andavano ben al di là del movimento comunista, il paese guidato da Stalin e Stalin stesso poterono godere di interesse simpatetico, di stima e talvolta persino di ammirazione», come dimostrano i giudizi encomiastici di personalità insospettabili come De Gasperi, Bobbio, Croce e molti altri. Tutto cambia con il Rapporto Cruscev del 1956, quando le rivelazioni su «un dittatore morbosamente sanguinario, vanesio e assai mediocre o addirittura ridicolo sul piano intellettuale» (pp. 17-9), nate nell’ambito di una feroce lotta interna al gruppo dirigente poststaliniano, si incontrano oggettivamente con gli interessi di due fronti contrapposti ma in questo momento convergenti. Si tratta da una parte della sovietologia anglosassone «militarizzata» dalla guerra culturale di sistema e interessata a ribadire la «purezza dell’Occidente» contro l’Oriente barbaro e comunista; e dall’altra «di una certa sinistra marxista» di ascendenza trotzkista, che sin dal 1917 aveva contrapposto la presunta «purezza del marxismo e del bolscevismo» alle miserie del socialismo realizzato e, ben poco materialisticamente, aveva individuato nella singola personalità di Stalin (e nella cerchia «burocratica» attorno a lui) il capro espiatorio delle difficoltà del movimento comunista internazionale, con un procedimento che la esonerava «dall’obbligo penoso di ripensare la teoria del Maestro [Marx] e la storia degli effetti da essa concretamente dispiegati».&lt;br /&gt;Lasciamo perdere dunque le accuse, contenute nel Rapporto Cruscev, che imputano a Stalin una colpevole inadeguatezza nella gestione della guerra contro Hitler: sono gli stessi documenti riservati della Bundeswehr e degli stati maggiori alleati, oggi pubblici, a far emergere la grande acutezza militare e organizzativa della leadership sovietica (pensiamo solo al gigantesco spostamento di tutte le attività produttive verso l’interno dello sterminato paese eurasiatico) ma soprattutto la sua capacità di «mobilitare l’immensa maggioranza della popolazione e la quasi totalità delle risorse» (pp. 33 -59) nell’ambito di uno scontro militare del quale Stalin sa cogliere in pieno la «dimensione politico-morale», facendo coincidere una Grande guerra patriottica contro Hitler con «l’internazionalismo e la causa internazionale dell’emancipazione dei popoli» (p. 26). E lasciamo perdere anche le accuse di «culto della personalità» (p. 42), del tutto fuori luogo in un’epoca in cui le «situazioni di crisi acuta» spingevano inevitabilmente alla «personalizzazione del potere» e alla «trasfigurazione del leader che lo detiene» in tutti i paesi coinvolti nella Seconda guerra dei Trent’anni, USA e Inghilterra in prima fila. Il fatto è che l’epoca di Stalin si comprende solo sullo sfondo di una catena inestricabile di conflitti, nella quale ben tre guerre civili (quella tra la rivoluzione bolscevica e i bianchi, quella innescata dalla «rivoluzione dall’alto» che promuove la collettivizzazione dell’agricoltura e l’industrializzazione, quella che divide senza esclusione di colpi lo stesso gruppo dirigente bolscevico) si intrecciano con le molteplici spinte di un conflitto internazionale che si svolge esso stesso su più piani (Prima guerra mondiale, conflitti nazionali, cordone sanitario, nazifascismi, Seconda guerra mondiale, Guerra Fredda, contrasti interni al campo socialista…).&lt;br /&gt;C’è un primo elemento, dunque, da tenere in considerazione e cioè il permanente stato d’eccezione che caratterizza la vita della Repubblica sovietica. E’ a questa altezza che entra maggiormente in gioco il metodo comparatistico. Di fronte a una minaccia esterna che rischia di mettere a repentaglio l’esistenza stessa della comunità nazionale e dello Stato, come si sono comportati storicamente i paesi liberali? E’ in questa problematica, che è quella della guerra totale novecentesca (che a sua volta trasferisce sul suolo europeo le pratiche di sterminio della tradizione coloniale) che vanno rintracciate le origini di quelle spinte verso la mobilitazione totale che segnano la crisi dello Jus publicum europaeum, in un insieme complesso di fenomeni che vanno dalla sospensione dell’habeas corpus e dal ricorso al concetto di “responsabilità collettiva” alle esecuzioni sommarie (Katyn), dalle deportazioni di massa al ricorso su vasta scala all’incarcerazione e ai campi di lavoro, dall’irreggimentazione ferrea della società al terrore contro i nemici politici sospettati di ordire complotti o di costituire quinte colonne “oggettive”. E’ un orrore che si lega in primo luogo all’orrore della guerra, quindi, e di fronte al quale le misure prese da un paese come gli Stati Uniti non sono essenzialmente diverse da quelle prese dal gruppo dirigente sovietico. Con la differenza che la posizione geopolitica rendeva molto meno grave per il paese atlantico quel rischio che invece per la Russia, aggredita da ogni parte, risultava essere un rischio mortale. E con la differenza non da poco, inoltre, che mai in Russia queste pratiche si sono sovraccaricate di quel surplus di barbarie motivato su basi razziali che ha invece macchiato il comportamento degli USA nei confronti dei giapponesi o dei tedeschi, sulla scorta di un atteggiamento profondamente radicato in quel paese per via del regime di Herrenvolk Democracy bianca che lo aveva a lungo caratterizzato (e che tanto aveva affascinato Hitler: a questo proposito, Losurdo mostra quanto poco scientifica sia l’equiparazione del Lager al gulag, nel quale un enorme numero di persone muore per gli stenti, la fame e il sovraccarico di lavoro ma non certamente per ragioni razziali).&lt;br /&gt;Ma lo stato d’eccezione che caratterizza la dimensione oggettiva dei molteplici conflitti che agitano l’epoca di Stalin non è certamente sufficiente a spiegarne il decorso. Lo stato d’eccezione può essere fronteggiato in maniere diverse e questo chiama in causa le scelte politiche concrete degli uomini, degli Stati e dei grandi movimenti e le responsabilità che ineriscono loro. Ebbene, di fronte a queste gravi responsabilità, nelle quali difficilissimo è sottrarsi alla colpa morale (quale giudizio morale dare di chi, in nome di una “nonviolenza” assoluta, si rifiutasse di usare la forza per impedire una violenza ancora più grave?), il gruppo dirigente sovietico, nella sua totalità, si trova del tutto impreparato e deve scontare gravissime carenze sul piano soggettivo e ideologico. E’ il messianismo utopistico che impregna di sé il bolscevismo a condizionare le risposte che questi uomini sono o non sono in grado di dare e il modo in cui le danno. Un utopismo che è in parte esso stesso figlio dello stato d’eccezione permanente (pensiamo all’indignazione morale di massa contro la Prima guerra mondiale) ma che è in parte anche radicato nella componente “religiosa” e “mitologica” del movimento operaio, alle prese con una questione sociale di proporzioni immani e intenzionato a rovesciare uno sfruttamento delle classi subalterne di durata millenaria.&lt;br /&gt;In questo senso, il cuore di questa vicenda è costituito dalle feroci divisioni che spaccano il gruppo dirigente rivoluzionario sin dall’inizio, prendendo addirittura le forme «di una guerra di religione» (p. 93). Fare la rivoluzione contravvenendo all’ortodossia secondinternazionalista o non farla, come vorrebbero i menscevichi? Continuare la guerra per portare la rivoluzione nel cuore dell’Europa, come vorrebbero Trotzkij e molti altri, o accettare le condizioni al ribasso di Brest Litovsk, come sostiene Lenin? Generalizzazione del comunismo di guerra o Nuova Politica Economica per garantire un minimo di sviluppo e sfamare la popolazione? Costruzione del socialismo in Russia o ancora esportazione della rivoluzione? Smantellamento dello Stato o costruzione e rafforzamento di una statualità di tipo nuovo? Dissoluzione di ogni forma di mercantilismo oppure costruzione di un mercato socialista in grado di distribuire con efficacia le risorse? Edificazione di un ordinamento legale, con una Costituzione e uno Stato di diritto oppure libera autogestione in nome della fine di ogni tipo di conflitto di classe? Dissoluzione automatica del potere trasfigurato in spontanea cooperazione sociale o elaborazione di una forma di potere popolare di tipo nuovo? Sono problemi di enorme portata che lacerano i bolscevichi e dimostrano tutta la serietà tragica delle contraddizioni che hanno dovuto fronteggiare. E che hanno dovuto fronteggiare in una situazione del tutto inedita, senza precedenti e senza manuali o libri sacri da applicare con facilità. Oltretutto, come era avvenuto con Robespierre e Saint Just, essi lo fanno a partire da uno status sociologico oggettivo, quello di «intellettuali non proprietari» (p. 105), che non facilita il loro compito perché li spinge verso tendenze astrattamente utopistiche o moralistiche che, ad esempio, non avevano gravato sui proprietari terrieri che costituivano il gruppo dirigente della Gloriosa Rivoluzione inglese o della Guerra d’Indipendenza americana.&lt;br /&gt;«Tradimento» (p. 48) è la parola-chiave di questo groviglio di problemi. L’accusa rivolta a Stalin da Trotzkij, e dalla quale Trotzkij stesso finirà per essere schiacciato, nasce in questa dialettica: da una parte «le attese messianiche» di un gruppo dirigente che ha preso il potere sull’onda della «rivendicazione di un ordinamento politico-sociale totalmente nuovo» e che crede in maniera entusiasta e quasi fanatica ad una palingenesi totale della società russa e persino dello scenario internazionale; dall’altro la difficile «costruzione del nuovo ordine»: ecco che «l’accusa o il sospetto del tradimento emerge ad ogni svolta di questa rivoluzione particolarmente tortuosa, spinta dalle necessità dell’azione di governo a ripensare certi originari motivi utopistici e comunque costretta a misurare le sue grandi ambizioni con l’estrema difficoltà della situazione oggettiva».&lt;br /&gt;Come un tradimento dell’internazionalismo operato dai «burocrati» e dagli «opportunisti» viene denunciata Brest Litovsk: la scelta cioè di rinunciare alla Repubblica mondiale dei soviet per concentrarsi nella difesa e nella ricostruzione della Russia entro i suoi confini e nell’elaborazione di un internazionalismo di tipo nuovo, che riconoscesse le diverse entità nazionali. Come tradimento sono bollate le disuguaglianze sociali emerse durante la NEP, che contraddicevano l’ascetismo e l’egualitarismo primitivo del comunismo di guerra ma sfidavano anche una mentalità da sempre molto radicata nel movimento comunista, ridefinendone le posizioni rispetto alla questione del rapporto tra politica ed economia (e al controllo politico della produzione), della redistribuzione del reddito e dell’eguaglianza, dei bisogni e dei diritti individuali come rispetto alla questione dello sviluppo delle forze produttive e della divisione tra lavoro intellettuale e manuale. Tradimento e restaurazione della proprietà è il mantenimento dell’istituto della famiglia, che si proponeva di riaffermare la responsabilità dei genitori verso i figli in una situazione in cui gli abbandoni di minori erano estremamente diffusi. Tradimento è il mantenimento dello Stato, l’estensione della burocrazia, la formulazione di leggi, a dispetto sia della complessità della gestione di un paese moderno, sia del ruolo di garanzia e salvaguardia che lo Stato ha, accanto a quello della repressione.&lt;br /&gt;Già egli stesso oggetto di questa accusa (da parte di quelle istanze anarcoidi che si scatenano durante i primi anni della rivoluzione e che da capo dell’Armata rossa egli si era impegnato a reprimere senza pietà), Trotzkij costruirà su questo canovaccio una lotta politica ininterrotta che arriverà, dopo la morte di Lenin, alle soglie del colpo di Stato (come aveva già notato nel 1931 Curzio Malaparte). Una lotta politica che si è nel frattempo dipanata come una vera guerra civile, sull’onda di quella parola d’ordine che invita esplicitamente non solo ad una «nuova, grande rivoluzione» del proletariato (p. 73) ma anche all’uso del terrorismo: tutto è lecito contro un gruppo dirigente che è bollato come usurpatore e che viene contrastato con efficacia tramite l’infiltrazione, la cospirazione e la disinformazione, sia in Russia che nel corso della conduzione della guerra civile spagnola. Come traditore Trotzkij viene ovviamente bollato a sua volta da Stalin, il quale - in un clima di sospetto generalizzato (ma non diversa era la situazione in tutti i paesi coinvolti nei grandi conflitti di questo periodo) - individua una «convergenza almeno “oggettiva”» (p. 86) tra le trame di Trotzkij e gli interessi delle grandi potenze straniere, fino a vedere nell’opposizione, considerata «in blocco», «una minaccia per la sicurezza nazionale» e «un covo di agenti del nemico».&lt;br /&gt;La verità è che nella catastrofica anarchia seguita al crollo dello zarismo - nella quale il rancore contro i responsabili della guerra si sommava alla vendetta indiscriminata per secoli di sfruttamento e servitù della gleba - e di fronte al pericolo di una dissoluzione della Russia, ormai in preda ad una «violenza selvaggia» (pp. 100-3), i bolscevichi si impongono anzitutto grazie «alla loro straordinaria capacità di “costruire lo Stato”», di «rimettere ordine» e «lottare contro il caos». «La dittatura rivoluzionaria scaturita dalla Rivoluzione d’ottobre», nota Losurdo, «assolve anche ad una funzione nazionale» perché «il potere sovietico era riuscito a conferire una nuova identità e una nuova autocoscienza ad una nazione non solo terribilmente provata, ma anche in qualche modo frastornata e alla deriva». Molto meno valgono queste spiegazioni, invece, per il periodo successivo, quando il gruppo dirigente sovietico è messo in crisi nel processo di costruzione dell’ordine nuovo dal conflitto che si apre «tra i diversi principi di legittimazione del potere». Quando cioè al «potere tradizionale» rappresentato da Stalin, che «conferiva una nuova dignità e identità alla nazione russa», si oppone il «potere carismatico» rappresentato da Trotzkii, in uno scontro di lunga durata che finisce solo con la morte di quest’ultimo e che aggrava dall’interno lo stato d’eccezione già abbondantemente indotto dall’esterno.&lt;br /&gt;Tutto al contrario di quanto vuole la vulgata storiografica, in questo groviglio di contraddizioni Stalin primeggia spesso per lucidità e persino per moderazione. A più riprese egli ha cercato di imporre una qualche “normalità” alla vita politica e sociale del paese. Dopo la morte di Lenin e i successi della NEP, dice Losurdo, «la gestione del potere tende in qualche modo a diventare più liberale» (pp. 126-33) e mentre si lancia la parola d’ordine dell’«edificazione economica», si attenuano gli appelli alla «lotta di classe» e nei metodi di governo si passa dalla coercizione alla ricerca del consenso attorno alla costruzione del socialismo. Sino all’appello di Stalin – che rifiuta in questo momento l’identificazione del partito con lo Stato - a «riattivare i Soviet» e la partecipazione popolare e a dar vita ad una vera «democrazia sovietica». Non solo il «pericolo di aggressione» dovuto all’«isolamento dell’URSS», in un contesto in cui le frizioni internazionali aumentano esponenzialmente, ma anche «la pressione dal basso» e «la nostalgia per l’egualitarismo precedente» sono alla base della guerra civile che chiude questa breve parentesi e che accompagna la svolta, condivisa dai principali dirigenti politici e militari sovietici, verso la «collettivizzazione coatta dell’agricoltura» e l’«industrializazione a tappe forzate (con la conseguente radicale espansione dell’universo concentrazionario)». Ancora a metà degli anni Trenta, però, conclusa questa fase, Stalin pone nuovamente il problema di un diverso approccio che mitighi il conflitto politico e sociale. Egli arriva persino ad auspicare un «democratismo socialista» che allenti la morsa della dittatura, promuova il merito personale e favorisca lo sviluppo della società civile, sino ad attirarsi l’accusa di «liberalismo» da parte di chi vede in questa «neo-NEP» un ritorno alla «democrazia borghese» (pp. 132-4). E’ a questo punto che precipita lo scontro con Trotzkii, scontro al quale segue la mobilitazione per la Grande guerra patriottica. Alla fine della Seconda guerra mondiale, però, ecco di nuovo Stalin teorizzare una sorta di coesistenza pacifica tra i sistemi. Egli non vorrebbe esportare nella zona di influenza dell’Urss «il modello politico sovietico» e invita i dirigenti comunisti dei paesi dell’Est a «realizzare il socialismo in modo nuovo, senza la dittatura del proletariato» e tenendo conto della specificità di ogni singola realtà nazionale e della sua società civile. Sarà l’inizio della Guerra fredda, questa volta, a stroncare sul nascere e per sempre queste aperture così significative.&lt;br /&gt;Insomma, commenta Losurdo, «nei tre decenni di storia della Russia sovietica  diretta da Stalin l’aspetto principale non è costituito dallo sfociare della dittatura di partito nell’autocrazia, bensì dai ripetuti tentativi di passare dallo stato d’eccezione ad una condizione di relativa normalità» e in questo sforzo è proprio Stalin a svolgere il ruolo del protagonista. Questi tentativi, però, «falliscono per ragioni sia interne (l’utopia astratta e il messianismo che impediscono di riconoscersi nei risultati conseguiti) sia internazionali (la permanente minaccia che pesa sul paese scaturito dalla Rivoluzione d’ottobre)» (p. 136). «Col divampare della terza guerra civile (nell’ambito delle file bolsceviche) e col contemporaneo approssimarsi del Secondo conflitto mondiale (in Asia prima ancora che in Europa)», conclude, «questa serie di fallimenti sfocia alfine nell’avvento dell’autocrazia, esercitata da un leader oggetto di un vero e proprio culto». E’ un percorso dialettico rispetto al quale corre in parallelo la storia dell’«universo concentrazionario» sovietico, un fenomeno che «non presenta un andamento rettilineo e un quadro omogeneo» ma che «attraversò cicli di relativa crudeltà e relativa umanità» (è una citazione tratta non a caso dalla studiosa statunitense Applebaum), passando per «fasi relativamente “prospere” e “liberali”» (p. 149) a «fasi di netto peggioramento della condizione economica e giuridica dei detenuti». Costantemente condizionato dallo stato d’eccezione e caratterizzato dall’«ossessione produttiva» e da quella «pedagogica», ma non certo da quella di sterminio, il gulag sovietico si differenzia comunque nettamente dal Lager nazista, che era stato «sin dagli inizi il risultato di un ben determinato progetto politico e di una ben determinata visione ideologica» (p. 156). Quante «Siberie», a volte nemmeno conosciute, hanno poi avuto gli Stati Uniti e l’Inghilterra liberale nel corso della loro storia anche recente?&lt;br /&gt;Non è dunque quella di «totalitarismo» - come volevano la Arendt (ma ancora prima lo stesso Trotzkij) e la storiografia improntata alla Dottrina Truman - la categoria sotto la quale sussumere la storia dell’Urss e dell’epoca di Stalin. Semmai bisogna vedere qui la progressiva e contraddittoria affermazione di una «dittatura sviluppista che cerca di mobilitare e “rieducare” tutte le forze in funzione del superamento della secolare arretratezza» della Russia, in uno sforzo immane volto a bruciare le tappe dello sviluppo e concentrare in pochi anni ciò che i paesi più avanzati avevano realizzato in diversi secoli. Uno sforzo nel quale, però, «il terrore si intreccia con l’emancipazione di nazionalità oppresse nonché con una forte mobilità sociale e con l’accesso all’istruzione, alla cultura e persino a posti di responsabilità e di direzione di strati sociali sino a quel momento del tutto emarginati» (p. 157) e che non comporta affatto la cancellazione di qualsiasi autonomia della società civile, come la definizione di «totalitarismo» vorrebbe.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ecco allora che dietro la tragedia storica si delineano i contorni di una tragedia filosofica ancora più profonda. E’ la tragedia dell’universalismo moderno e cioè della formidabile carica emancipatrice di quei valori di cui si erano fatti portatori i dirigenti bolscevichi, come già era stato per i giacobini. Di fronte alle lacerazioni del corso del mondo - e di un mondo che appare estremamente lontano da ogni ideale di pace, giustizia sociale e libertà -. questo universalismo si pensa come il positivo assoluto. Proprio per questo, esso deve però passare per l’assoluta negazione e si propone di annientare tutti quegli interessi e corpi sociali particolari che sono in contraddizione con il proprio afflato morale e ne ostacolano il cammino. Ecco, ad esempio, che in nome dell’immediato affratellamento del proletariato si contesta la necessità di costruire la nazione e lo Stato sul terreno politico ed economico più prossimo, realizzando concretamente in essi e per quanto qui ed ora possibile - attraverso una trasformazione tangibile dello stato di cose esistente che sconta inevitabilmente errori e approssimazioni - l’emancipazione delle classi subalterne e delle nazionalità sino a quel momento represse. Ecco che di fronte alle difficoltà incontrate dal processo di costruzione del socialismo si scatena un conflitto generalizzato che mette tutti contro tutti e conduce al terrore.&lt;br /&gt;E’ un «universalismo astratto» (pp. 112-3), denunciato già a suo tempo da Hegel, nel quale «l’universalità agognata è quella che si presenta immediatamente nella sua incontaminata purezza, senza passare attraverso la mediazione e l’intreccio con la particolarità», dice Losurdo, e proprio «questo culto dell’universalità astratta» spinge a «gridare al tradimento ogni volta che la particolarità si vede riconosciuti i suoi diritti o la sua forza». Al contrario, c’è universalità reale, universalità realmente compiuta, solo nella forma dell’«utopia concreta» e cioè solo nella misura in cui l’universale sa realizzarsi di volta in volta nel particolare, seppure in maniera imperfetta e ancora approssimativa, confrontandosi con la storia reale e con i problemi economici e politici che essa pone. Passando in altre parole per la mediazione e il lavoro del negativo. La costruzione di un ordine nuovo sconta inevitabilmente la «contaminazione» (pp. 116-21) con le impurità degli interessi particolari; ma proprio in quanto si vuole universale, essa deve essere  capace di realizzarsi attraverso tali interessi e tramite il governo delle contraddizioni ad essi immanenti. Deve cioè sapersi impegnare in un continuo «processo di apprendimento», nel quale «imparare a governare significa imparare a dare un contenuto concreto all’universalità».&lt;br /&gt;La tragedia dell’epoca di Stalin, che non è giusto trasformare né in una commedia degli equivoci né in una farsa storiografica, è in questo senso la tragedia della storia in quanto tale, nella quale spesso tutte le parti in gioco hanno le loro ragioni e nessuno può pontificare con piglio manicheo. E’ quella tragedia, per capirci, che fa sì che quel grandioso processo di emancipazione consapevole, collettiva e organizzata che costituisce il cuore del progetto della modernità finisca molto spesso per passare attraverso l’urto del negativo, della contraddizione oggettiva e del dolore soggettivo. Il terrore dunque, sì, ma accanto ad esso – e per tanti aspetti proprio attraverso esso - la fuoriuscita dalla servitù della gleba di un popolo che non conosceva la parola «individuo» e portava sulle spalle il peso di secoli di sfruttamento. Il terrore, sì, ma l’avvio di un percorso emulativo che libererà il mondo coloniale dalle catene delle grandi potenze e cioè da un terrore di non minore portata che era stato all’origine della ricchezza e del progresso delle nazioni “civili”. Il terrore, sì, ma l’innesco di un processo politico e culturale grandioso che si è caricato delle aspettative e delle speranze di un movimento mondiale di milioni e milioni di persone. Il terrore, sì, ma la distruzione di quell’orrore ben peggiore che fonda nella razza la superiorità dell’uomo sull’uomo. Il terrore, sì, ma il concomitante ed essenziale stimolo alla costruzione della democrazia moderna nello stesso Occidente liberale…&lt;br /&gt;Una grande tragedia, come si vede, alla quale non è estranea nemmeno quella coscienza morale che di fronte al terrore si dissocia e vorrebbe ribadire che le proprie mani non sono sporche di sangue. E però nessun individuo, gruppo sociale, nazione, movimento politico e ideologia è al riparo dal rischio della lacerazione, perché le contraddizioni e i dilemmi della morale sono inscritti in primo luogo nelle cose stesse: la storia ci costringe di continuo a scegliere, esponendoci per lo più a sacrificare per ragioni legittime altre ragioni che possiedono anch’esse almeno una parte di fondatezza. Proprio questa consapevolezza tragica della storia è – per concludere queste considerazioni – il senso di un lavoro filosofico e storiografico che raggiunge qui un punto cruciale. Al contempo, esso costituisce un contributo importantissimo alla rifondazione del materialismo storico in quanto lo rinnova nei contenuti, nel metodo e soprattutto nella forma di coscienza ad esso soggiacente.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1735601836879265268-3328131818047316579?l=domenicolosurdorecensioniepolemiche.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://domenicolosurdorecensioniepolemiche.blogspot.com/feeds/3328131818047316579/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://domenicolosurdorecensioniepolemiche.blogspot.com/2009/01/la-storia-del-novecento-e-il-socialismo.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1735601836879265268/posts/default/3328131818047316579'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1735601836879265268/posts/default/3328131818047316579'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://domenicolosurdorecensioniepolemiche.blogspot.com/2009/01/la-storia-del-novecento-e-il-socialismo.html' title='La storia del Novecento e il socialismo reale di fronte al postmodernismo storiografico'/><author><name>Domenico Losurdo</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1735601836879265268.post-4348302940076424033</id><published>2009-01-27T04:18:00.000-08:00</published><updated>2009-01-27T04:20:57.219-08:00</updated><title type='text'>Rimettere in discussione la categoria di “stalinismo”</title><content type='html'>di Paola Pellegrini, responsabile cultura PdCI&lt;br /&gt;in corso di pubblicazione su "la Rinascita"&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“C’è stato un tempo in cui statisti illustri – quali Churchill e De Gasperi – e intellettuali di primissimo piano – quali Croce, Arendt, Bobbio, Thomas Mann, Laski – hanno guardato con rispetto, simpatia e persino con ammirazione a Stalin e al paese da lui guidato. Con lo scoppio della Guerra fredda e soprattutto col &lt;i style=""&gt;Rapporto Chruscev&lt;/i&gt;, Stalin diviene invece un “mostro”, paragonabile forse solo a Hitler. Darebbe prova di sprovvedutezza chi volesse individuare in questa svolta il momento della rivelazione definitiva dell’identità del leader sovietico, sorvolando disinvoltamente sui conflitti e gli interessi alle origini della svolta. Il contrasto radicale tra le diverse immagini di Stalin dovrebbe spingere lo storico non già ad assolutizzarne una, bensì a problematizzarle tutte.” Domenico Losurdo riapre la riflessione sulla figura più demonizzata del movimento operaio: il rivoluzionario giorgiano Iosif Vissarionovič Džugašvili. Lo fa analizzando il 900 con una comparatistica a tutto campo, decostruendo e contestualizzando &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;le accuse mosse a Stalin. È un libro importante, appassionante, in grado di riaprire la discussione su Stalin e l’Urss in questa fase segnata solo dall’anticomunismo e dal revisionismo più becero sull’intera vicenda europea di resistenza al nazifascismo. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size: 11pt; font-family: Arial;"&gt;Enorme la mole di riferimenti storiografici su cui il libro fonda alcune delle sue più significative tesi. A partire da quella che rivela come “non c’è movimento storico che non possa essere sottoposto ad analoga criminalizzazione (&lt;i style=""&gt;di quella cui è sottoposto lo stalinismo&lt;/i&gt;)”. Losurdo disamina la storia del liberalismo affermando che anch’esso può essere criminalizzato se ci si concentra sulla sorte inflitta ai popoli coloniali. La stessa argomentazione vale per la storia dell’Islam, che potrebbe essere considerata solo come la storia di conquiste sanguinose e spietate. Ed ugualmente le medesime argomentazioni potrebbero valere per il cristianesimo.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size: 11pt; font-family: Arial;"&gt;Losurdo critica tale approccio che finisce per consegnarci un quadro della storia &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;quale &lt;i style=""&gt;un'unica storia universale del crimine&lt;/i&gt;, e il passato in quanto tale, come affermava Gramsci, apparirebbe una “grottesca vicenda di mostri”. Il paradosso, ricorrente della storia e del dibattito politico dello stesso movimento operaio e comunista vede, di fronte “alla riduzione a crimine o a follia criminale della vicenda iniziata nell’ottobre del ‘17, autori e personalità. impegnati a difendere l’onore del comunismo. reagire prendendo le distanze dalle sue pagine più dure, bollandole come tradimento o degenerazione degli originari ideali della rivoluzione ovvero degli insegnamenti di Lenin o di Marx”. In questo modo“la storia del movimento comunista in quanto crimine, tracciata in modo trionfante dall’ideologia dominante, viene confermata anche da coloro che si vogliono opporre all’ideologia dominante. Questo approccio fa “dileguare la storia reale, che viene sostituita dalla storia di una sciagurata e misteriosa corruzione e distorsione delle dottrine a priori innalzate nell’empireo della purezza e della santità”. Losurdo, in sostanza, sostiene che tale approccio da un lato impedisce di contestualizzare le vicende storiche, dall’altro che la categoria del “tradimento” imporrebbe, al contrario, di indagare davvero il nesso tra teoria e sua realizzazione. Il libro ci mostra ampiamente che quasi tutta la storiografia odierna rifiuta sdegnosamente questo approccio, impegnata com’é a criminalizzare la storia della rivoluzione a partire dai suoi presupposti teorici. La “teoria non è mai innocente”, ma se ciò vale per Marx, deve valere anche per altri intellettuali di diverso e opposto orientamento: Locke e John Stuart Mill sono da considerare dunque direttamente responsabili dei misfatti dell’occidente liberale (visto che Locke, teorico della tolleranza, era un sostenitore della schiavitù e Mill teorizzava il dispotismo dell’occidente sulle “razze minorenni” e il carattere benefico della schiavitù imposta alle tribù selvagge). “Come la teoria, anche l’utopia non può rivendicare alcuna innocenza”: é una tesi, dice Losurdo, giustamente sostenuta dai liberali, che però non la applicano a loro stessi, tacendo sui costi umani e sociali dell’utopia del libero mercato. Le “idee originarie” (attesa messianica di una società senza più Stato, senza confini nazionali, senza mercato e denaro) peraltro molto lontane da quelle praticate davvero da Stalin!, hanno giocato un ruolo nefasto in URSS, ostacolando a più riprese il passaggio ad una condizione di normalità, prolungando e acutizzando lo stato d’eccezione: pur comprensibili in quella tragica ed eroica esperienza che è stata rivoluzione e guerra civile, scontro sulle prospettive e sulle necessità, in quello che Losurdo definisce un ininterrotto “processo di apprendimento”, gli accessi di “purezza ideologica”hanno potuto condurre al fanatismo. I due approcci criticati da Losurdo (criminalizzazione e tradimento) concentrano l’attenzione sulla natura criminale o traditrice di singole individualità:“di fatto essi rinunciano a comprendere lo svolgimento storico reale e l’efficacia storica di movimenti politici e religiosi che hanno esercitato una capacità planetaria di attrazione e la cui influenza si dispiega in un arco di tempo assai lungo” Losurdo giudica fuorviante questo metodo anche quando è&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;applicato a Hitler: “troppo comodo mettere le infamie del nazismo esclusivamente sul suo conto, rimuovendo il fatto che egli ha preso dal mondo a lui preesistente, radicalizzandoli, due elementi centrali della sua ideologia, razzismo, missione colonizzatrice dei bianchi e lettura della rivoluzione d’ottobre come minaccia per la civiltà. Ciò si spiega solo con “il peso che agiografia e demonizzazione continuano ad esercitare nella lettura del novecento e il “culto negativo degli eroi”. Losurdo sostiene che solo smontando le leggende della storiografia si può ragionare sulla storia e aggredire anche la storia del capitalismo. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size: 11pt; font-family: Arial;"&gt;In vita Stalin è stato oggetto di ammirazione di numerosi, e diversi tra loro, ambienti culturali &lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;e politici. La vittoria di Stalingrado fu speranza e diede forza rinnovata a tutti i combattenti contro il nazifascismo. Perfino Churchill, nel discorso pronunciato a Fulton con cui apre la guerra fredda, parlò con “grande rispetto e ammirazione per il valoroso popolo russo e per il mio compagno dei tempi di guerra, il maresciallo Stalin”. Più della guerra fredda, infatti, è un’altra vicenda storica a imprimere una svolta radicale alla storia dell’immagine di Stalin: il rapporto segreto di Kruscev del 1956. Losurdo, se da un lato demolisce le ricostruzioni degli storici (quelli antisovietici), così come le tesi di Trockij o di Kruscev, dall’altro esamina gli anni di Stalin inserendoli nel contesto di un paese perennemente alle prese di una condizione eccezionale, accerchiato ed isolato e minacciato dall’interno e dall’esterno. Uno stato di conflitto permanente (la formazione dell’URSS, l’industrializzaizone, la collettivizzazione forzata dell’agricoltura, l’alfabetizzazione di massa, la creazione di uno stato sociale di massa, i continui tentativi di restare fuori dalla guerra imposta da Hitler, la vittoria sul nazismo e le infinite lotte interne al partito): la politica di Stalin consentì all’Urss di sconfiggere i nemici interni ed esterni salvando la rivoluzione, permise lo sviluppo industriale e sociale, consentì di sconfiggere il nazismo durante la seconda guerra mondiale e consolidò uno Stato che rappresentò un potente motore per tutti i movimenti anticoloniali. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size: 11pt; font-family: Arial;"&gt;Se quindi legge lo stalinismo come esito non della sete di potere di un singolo, né di un’ideologia, ma dello stato d’eccezione permanente che investe &lt;st1:personname productid="la Russia" st="on"&gt;la Russia&lt;/st1:personname&gt;, il contributo più grande del libro è proprio quello di rimettere in discussione -in quanto fuorviante e da collocarsi nella sfera del “mito”- la categoria stessa di “stalinismo”.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size: 11pt; font-family: Arial;"&gt;&lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;Ma sarebbe deluso chi si aspettasse di trovarvi negati fatti tragici: é un saggio problematico, che compara situazioni, con pagine illuminanti sui gulag e sui campi di concentramento e sulle stragi compiute dagli apologeti del libero mercato, pagine di storia dimenticate dai soloni della "democrazia" come lo sterminio dei comunisti in Indonesia con il golpe di Suharto appoggiato dagli americani; &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;che demolisce una volta per tutte la più infamante accusa mossa nei confronti di Stalin, di essere come Hitler. Con grande spazio viene trattato il rapporto di Stalin con l'ebraismo (confutatando in radice l'accusa postuma e palesemente strumentale nel clima della guerra fredda) che Stalin fosse un antisemita). Un libro che rimette non solo e non tanto l’onore a Stalin, ma che riaggancia alla storia grande e terribile del 900 l’intera vicenda dell'URSS, riaprendo così anche la ricerca sul suo retaggio universale, quello da cui hanno preso le mosse tutti i grandi movimenti di liberazione anticoloniale, di trasformazione sociale e di emancipazione dal capitalismo.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1735601836879265268-4348302940076424033?l=domenicolosurdorecensioniepolemiche.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://domenicolosurdorecensioniepolemiche.blogspot.com/feeds/4348302940076424033/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://domenicolosurdorecensioniepolemiche.blogspot.com/2009/01/rimettere-in-discussione-la-categoria.html#comment-form' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1735601836879265268/posts/default/4348302940076424033'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1735601836879265268/posts/default/4348302940076424033'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://domenicolosurdorecensioniepolemiche.blogspot.com/2009/01/rimettere-in-discussione-la-categoria.html' title='Rimettere in discussione la categoria di “stalinismo”'/><author><name>Domenico Losurdo</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry></feed>
